Decreto Semplificazioni: novità sul termine per la delibera del piano di riequilibrio

È stato pubblicato sulla G.U. n. 178 del 16 luglio il Decreto Semplificazioni (DL 16 luglio 2020, n. 76).

Tra le norme di maggior interesse per gli EE.LL. segnaliamo l’art. 17, rubricato Stabilità finanziaria degli enti locali.

In particolare, in ragione dell’emergenza epidemiologica in atto, il comma 1 della citata disposizione prevede che il termine perentorio per la delibera consiliare di adozione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale ex art. 243 bis comma 5 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) è fissato al 30 settembre 2020 se la scadenza “ordinaria” dei 90 giorni (decorrenti dalla data di esecutività della delibera di ricorso al piano) si verifica prima di tale data. In pratica, tutti gli enti che hanno deliberato il ricorso al piano prima del 2 luglio 2020 avranno, quale scadenza per deliberare il piano, il 30 settembre 2020.

Inoltre, il medesimo comma dispone la rimessione nei termini dei Comuni per i quali il termine di 90 giorni è scaduto alla data del 30 giugno 2020, per effetto del rinvio operato ai sensi dell’art. 107, comma 7, del Decreto Cura Italia (decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27) ovvero è scaduto fra il 30 giugno 2020 ed il 16 luglio 2020.

La retribuzione di risultato richiede la dimostrazione del raggiungimento degli obiettivi

La retribuzione di risultato è correlata all’effettivo raggiungimento, anche sotto il profilo qualitativo,degli obiettivi preventivamente determinati, con la conseguenza che è da escludere che il dirigente abbia diritto alla retribuzione di risultato per il solo fatto di aver svolto funzioni dirigenziali in assenza della dimostrazione, vagliata dal competente ufficio dell’ente, dell’effettivo raggiungimento degli obiettivi ad essa correlati: è il principio espresso dalla Corte dei conti, sez. reg. di controllo per l’Emilia-Romagna, nella recente deliberazione n. 46/2020/PAR.

L’indennità di risultato è, infatti, una componente della retribuzione volta a remunerare la prestazione lavorativa in funzione dei risultati raggiunti; i criteri per la sua erogazione devono, quindi, essere determinati preventivamente, così come preventivamente devono essere fissati gli obiettivi, dal raggiungimento dei quali deriva inderogabilmente la corresponsione della retribuzione di risultato.

In assenza di una reale predeterminazione degli obiettivi, che devono essere diversi e ulteriori da quelli riconducibili all’ordinaria attività dirigenziale, nonché a quelli genericamente riferibili ai compiti istituzionali dell’Ente, l’Amministrazione non può riconoscere e, quindi, erogare alcuna indennità di risultato, poiché in tal caso l’erogazione dell’emolumento sarebbe priva di titolo giustificativo.

TARSU: nessun obbligo di motivazione per la delibera che classifica diversamente abitazioni e alberghi

La previsione nelle delibere comunali di tariffe molto più alte per gli alberghi rispetto a quelle stabilite per le civili abitazioni non costituisce di per sé ingiustificata disparità di trattamento, tenuto conto della notoria maggiore capacità di produrre rifiuti degli alberghi rispetto alle civili abitazioni: è quanto affermato dalla Corte di cassazione, sez. trib., nella sent. n. 12783 del 26 giugno 2020.

I giudici hanno, altresì, ribadito che non è configurabile alcun obbligo di motivazione della delibera comunale che classifichi diversamente abitazioni civili e alberghi, ai fini della determinazione delle tariffe da applicare, poichè quest’atto, al pari di qualsiasi atto amministrativo a contenuto generale o collettivo, si rivolge ad una pluralità indistinta, anche se determinabile ex post, di destinatari, occupanti o detentori, attuali o futuri, di locali ed aree tassabili (così Cass., sez. trib., sent. n. 8077 del 3 aprile 2018).

La differenziazione della tariffa degli esercizi alberghieri da quella delle civili abitazioni, peraltro, è stata considerata legittima dalla giurisprudenza anche alla luce della conformità al principio unionale “chi inquina paga”, espresso dalla Dir. n. 2006/12/CE, art. 15, e dalla Dir. n. 2008/98/CE, art. 14, che, nell’osservanza del principio di proporzionalità, consentono al diritto nazionale di differenziare il calcolo della tassa di smaltimento per categorie di utenti (Cass., sez. trib., sent. n. 15041 del 16 giugno 2017).

Comunicazioni per i proventi delle sanzioni al Codice della strada: le istruzioni operative

Con la circ. FL n. 14 del 9 luglio, il Ministero dell’Interno (Dipartimento per gli affari interni e regionali, Direzione Centrale della Finanza Locale) ha fornito le istruzioni operative riguardanti l’inserimento dei dati nella piattaforma informatica per quanto concerne i proventi derivanti dalle sanzioni al Codice della strada (Decreto Legislativo n. 285/1992).

La trasmissione dei dati deve avvenire entro il prossimo 30 settembre e ogni ente dovrà provvedere a relazionare, con riferimento all’anno precedente, l’ammontare complessivo dei proventi di propria spettanza ai sensi del 12-bis e del comma 1 dell’art. 208 del Codice nonché gli interventi realizzati con tali risorse.

La circolare è consultabile al seguente link: https://dait.interno.gov.it/documenti/circ-014-finloc-09-07-2020.pdf; l’allegato da compilare è disponibile al seguente link: https://dait.interno.gov.it/documenti/circ-014-finloc-09-07-2020-all-a.pdf.

Per le annualità pregresse, non risulta praticabile la trasmissione telematica e, pertanto, gli enti procederanno alla trasmissione via e-mail (alla casella renato.berretta@interno.it) dell’allegato, per ciascun anno, con la seguente tempistica:

– anni 2012 e 2013: da presentare entro il 31 gennaio 2021;

– anni 2014 e 2015: da presentare entro il 30 giugno 2021;

– anni 2016 e 2017: da presentare entro il 31 dicembre 2021;

– anni 2018: da presentare entro il 31 marzo 2022.

Atripalda (AV): servizio di ricognizione fondi e accantonamenti di bilancio

 

Il Comune di Atripalda ha affidato alla nostra società il servizio di ricognizione dei fondi da accantonare, ai fini della loro corretta contabilizzazione nel Bilancio di previsione 2020/2022, in fase di adozione.

La  corretta quantificazione di tali fondi consente all’Ente di poter affrontare eventuali passività future che, diversamente, potrebbero comprometterne gli equilibri di bilancio.

Mancato pagamento tributi locali per un importo superiore a € 5.000: legittima l’esclusione dalla gara

Il concorrente che non è in regola con i tributi locali per un importo superiore a € 5.000 è legittimamente escluso dalla procedura: è quanto affermato dal TAR Puglia, Lecce, sez. II, nella sent. 13 luglio 2020, n. 731.

Secondo i giudici, ai fini dell’individuazione della nozione di gravi violazioni per omesso pagamento, per un importo superiore a € 5.000, di imposte e tasse di cui all’art. 80 comma 4 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016), il legislatore non distingue tra tributi nazionali e tributi locali, sicché anche la violazione della normativa dettata in tema di fiscalità locale rileva ai fini dell’esclusione del concorrente dalla gara; la qual cosa è del tutto logica, se si considera che anche il mancato pagamento di tributi locali di importo superiore ad € 5.000 genera allarme sociale nei confronti dell’operatore economico, determinando a suo carico il sorgere di un giudizio negativo in ordine alla sua serietà e solidità finanziaria.

 

Partecipazioni: c’è tempo fino al 17 luglio

Ricordiamo che, fatte salve eventuali deroghe, il prossimo 17 luglio è il termine ultimo per l’acquisizione dei provvedimenti di revisione periodica delle partecipazioni pubbliche e il censimento delle partecipazioni e dei rappresentanti al 31/12/2018.

L’adempimento è da effettuarsi tramite il portale istituzionale Servizi Online del Portale Tesoro (https://portaletesoro.mef.gov.it) ed è obbligatoriamente previsto dall’art. 20 del Decreto Legislativo 19 agosto 2016, n. 175 – Testo Unico in materia di società a partecipazione pubblica (TUSP).

Ricordiamo che sussiste l’obbligo di comunicare anche l’assenza di partecipazioni, prestando esplicita dichiarazione da inoltrare attraverso l’applicativo.

L’importanza del regolamento sulle spese di rappresentanza secondo la Corte dei conti

 

 

È opportuno che il Comune adotti uno specifico regolamento disciplinante le spese di rappresentanza: è quanto affermato dalla Corte dei conti, sez. reg. di controllo per l’Abruzzo, nella delib. n 140/2020/PRSP del 9 luglio 2020.

Secondo i giudici, infatti, in coerenza con i principi generali di coordinamento della finanza pubblica, le limitazioni imposte dall’art. 6, comma 8, del DL n. 78/2010 hanno come obiettivo il contenimento delle spese di rappresentanza che, essendo non direttamente collegate all’ordinaria attività gestionale dell’ente locale, possono sottrarre risorse che potrebbero, invece, essere destinate a garantire migliori servizi al cittadino.

L’adozione di un regolamento in materia, data la natura facoltativa e non necessaria delle spese di rappresentanza, che sono, quindi, da considerarsi recessive rispetto ad altre spese della pubblica amministrazione, permette, oltre al rispetto dei principi di trasparenza e di imparzialità, una gestione amministrativa–contabile non discrezionale, rispettosa di norme adottate in precedenza, inserite, quindi, nella più ampia programmazione dell’Ente, garantendo, così, l’efficacia dell’attività ordinaria e un costante monitoraggio del contenimento della spesa, come imposto dalla vigente normativa.

Il nuovo schema per la fatturazione elettronica: le osservazioni critiche del Garante della privacy

 

Con il parere n. 133 del 9 luglio, il Garante della privacy ha espresso il proprio parere sullo schema di provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate concernente Regole tecniche per l’emissione e la ricezione delle fatture elettroniche per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti e stabiliti nel territorio dello Stato e per le relative variazioni, formulando osservazioni critiche che è opportuno evidenziare.

Lo schema di provvedimento introduce, in sintesi, talune modifiche al vigente provvedimento del Direttore dell’Agenzia del 30 aprile 2018, volte a definire le nuove modalità con cui l’Agenzia memorizzerà e renderà disponibili, al proprio personale e alla Guardia di finanza, i file xml delle fatture elettroniche:

  • la memorizzazione dei c.d. “dati fattura integrati” che, in aggiunta alle informazioni già memorizzate nell’ambito dei c.d. “dati fattura”, contengono ulteriori dati utili ai fini fiscali, ivi compresi quelli relativi a natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi oggetto dell’operazione (ovvero la descrizione dell’oggetto della fattura), che potranno essere trattati unicamente dal personale delle strutture centrali dell’Agenzia per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio e di promozione dell’adempimento spontaneo di cui all’art. 1, commi 634 e seguenti, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 e di controllo ai fini fiscali (punti 1.2. e 10.2);
  • l’utilizzo dei file xml delle fatture, da parte del personale centrale e delle strutture territoriali dell’Agenzia delle entrate specificatamente autorizzato, nell’ambito delle attività istruttorie connesse all’esecuzione dei rimborsi; all’esercizio dei poteri di controllo in generale; all’espletamento degli accessi, ispezioni e verifiche; al controllo formale delle dichiarazioni; al controllo preventivo sulle dichiarazioni presentate mediante modello 730 con esito a rimborso;
  • la stipula di una convenzione con la Guardia di finanza per la messa a disposizione dei file delle fatture elettroniche e dei “dati fattura integrati” per le attività di polizia economica e finanziaria.

Annualmente risultano essere emesse complessivamente circa 2 miliardi di fatture che, di regola, contengono dati, anche molto di dettaglio, volti ad individuare – spesso a soli fini di garanzia, assicurativi o per prassi commerciali – i beni e i servizi ceduti, con la descrizione delle prestazioni, i rapporti fra cedente e cessionario e altri soggetti, riferiti anche a sconti applicati, fidelizzazioni, abitudini di consumo, oltre a dati obbligatori imposti da specifiche normative di settore, con particolare riguardo ai trasporti, alle forniture di servizi energetici o di telecomunicazioni (tipologie dei consumi, fatturazione dettagliata, regolarità dei pagamenti, appartenenza a particolari categorie di utenti). La presenza, all’interno dei file delle fatture elettroniche, di ulteriori dati, utili alla gestione del ciclo attivo e passivo degli operatori, ma non rilevanti a fini fiscali (come, ad esempio, quelli contenuti negli allegati), è peraltro espressamente contemplata nello schema di provvedimento.

Il Garante ha osservato che, nel dare attuazione alla predetta disposizione, lo schema prevede, senza effettuare alcuna distinzione tra tipologie di dati o categorie di interessati, la memorizzazione e l’utilizzo dei file delle fatture elettroniche che contengono i dati inerenti la natura, qualità e quantità dei beni e servizi oggetto dell’operazione, estendendo così tanto l’oggetto della memorizzazione, quanto l’ambito di utilizzazione dei dati presenti nella fattura elettronica.

Non vengono escluse neppure alcune tipologie di dati (quali quelli non rilevanti a fini fiscali o quelli inerenti la descrizione delle prestazioni fornite, suscettibili di comprendere anche dati appartenenti a categorie particolari o l’eventuale sottoposizione dell’interessato a procedimenti penali, come per le fatture relative a prestazioni in ambito forense, né i codici fiscali dei consumatori (quantomeno per fatture relative a spese non detraibili).

Secondo il garante, la previsione della memorizzazione e dell’utilizzazione, senza distinzione alcuna, dell’insieme dei  dati personali contenuti nei file delle fatture elettroniche, anche laddove si assicurino elevati livelli di sicurezza e accessi selettivi, risulta sproporzionata in uno stato democratico, per quantità e qualità delle informazioni oggetto di trattamento, rispetto al perseguimento del legittimo obiettivo di interesse pubblico di contrasto all’evasione fiscale perseguito; ciò pur tenendo conto che, allo stato, le spese sanitarie trasmesse attraverso il sistema TS sono escluse da tale previsione.

In sintesi, perciò, il Garante ha affermato che lo schema di provvedimento esaminato disciplini un trattamento di dati che, senza distinzione alcuna tra tipologie di informazioni o categorie di interessati e dati personali di dettaglio, anche ulteriori rispetto a quelli necessari a fini fiscali, relativi alla totalità della popolazione, non proporzionato all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito, non individuando, in ossequio ai principi di privacy by design e by default, misure di garanzia adeguate per assicurare la protezione dei dati.

 

Numero 27 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 27 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. La cassa quale indicatore di eventuali difficoltà dell’ente locale
  2. Fondo risorse decentrate: la relativa costituzione deve avvenire ad inizio esercizio
  3. Il termine per l’approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale è perentorio
  4. La mancanza del PassOE può essere regolarizzata tramite soccorso istruttorio

 

  1. La cassa quale indicatore di eventuali difficoltà dell’ente locale

Attenzionare la cassa può consentire all’ente di anticipare eventuali criticità future e di attivarsi per tempo per superarle.

Recentemente anche la Sezione Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione n. 9/2020 (contenente le linee guida per i revisori per le verifiche sul rendiconto), ha evidenziato una serie di indici la cui presenza è sintomatica di possibili criticità di cassa:

  • incidenza delle spese rigide sulle entrate correnti;
  • incidenza degli incassi delle entrate proprie sul totale delle previsioni definitive di bilancio di parte corrente;
  • ricorso all’istituto dell’anticipazione di cassa, sostenibilità dell’indebitamento;
  • sostenibilità dell’eventuale disavanzo a carico del singolo esercizio contabile;
  • incidenza degli eventuali debiti fuori bilancio riconosciuti ai sensi dell’art. 194 del TUEL;
  • rilevanza degli eventuali debiti fuori bilancio in corso di formale riconoscimento;
  • effettiva capacità di riscossione delle entrate complessive afferenti il bilancio dell’ente.

I giudici, richiamando quanto già evidenziato dalla sezione regionale di controllo per l’Emilia-Romagna nella deliberazione n. 43/2019/INPR, si sono ulteriormente soffermati su altri elementi utili ad individuare le ipotesi di maggior rischio per la tenuta degli equilibri:

  1. fondo cassa pro-capite al 31 dicembre minore del dato medio e differenza tra i residui attivi e il fondo crediti di dubbia esigibilità, in rapporto ai residui passivi, maggiore del 140%;
  2. fondo pluriennale vincolato in conto capitale uguale a zero o non valorizzato;
  3. fondo crediti di dubbia esigibilità uguale a zero o non valorizzato;
  4. fondo anticipazioni liquidità maggiore di zero;
  5. parte disponibile del risultato di amministrazione minore o uguale a zero o non valorizzata;
  6. mancato rispetto pareggio di bilancio nell’esercizio precedente;
  7. enti inadempienti all’invio dei dati alla banca dati BDAP.

La verifica incrociata dei suddetti indicatori potrà fornire utili indicazioni nel disvelare situazioni critiche nella tenuta degli equilibri non rilevabili prima facie dalle scritture.

In particolare, merita la massima attenzione il dato relativo alla differenza tra i residui attivi e il fondo crediti di dubbia esigibilità, in rapporto ai residui passivi, che rappresenta l’incidenza dei debiti (che alla luce del principio generale della competenza finanziaria potenziata coincide con lo stock di residui passivi) che sono coperti da entrate ritenute liquide in un orizzonte di breve termine: tanto più basso sarà il relativo valore, tanto migliore sarà la capacità della cassa dell’ente di far fronte alle obbligazioni perfezionate ed esigibili. Ovviamente, non è importante solo il dato in un determinato momento ma anche la sua evoluzione nel tempo.

Per migliorare la situazione bisognerà agire tante sulle entrate quanto sulle spese: in merito al primo aspetto, sarà opportuno migliorare la tempistica di emissione delle liste di carico/ruoli e potenziare le attività di riscossione; in merito al secondo aspetto, ancorché non sempre di facile attuazione, potrà essere avviata un’incisiva attività di contenimento della spesa.

 

  1. Fondo risorse decentrate: la relativa costituzione deve avvenire ad inizio esercizio

I principi contabili armonizzati rimarcano l’esigenza di stipulare il contratto decentrato entro l’inizio dell’anno al fine di creare il titolo giuridico legittimante l’erogazione di trattamenti fissi e continuativi quali le indennità di comparto, indennità dei profili professionali, posizioni organizzative, indennità di turno, disagio, reperibilità, maneggio valori (cfr., recentemente, Corte dei conti, reg. di controllo Calabria, delib. n. 167/2018).

Come è noto, la vigente normativa legislativa e contrattuale prevede la costituzione di un apposito fondo per alimentare la contrattazione decentrata integrativa in favore del personale degli enti locali.

Ogni amministrazione deve prevedere le risorse finanziarie necessarie nei limiti previsti dalla legge e dalla contrattazione nazionale procedendo tempestivamente, all’inizio di ciascun esercizio finanziario, a costituire il fondo suddetto, il quale potrà essere erogato a seguito di apposita contrattazione con le organizzazioni sindacali.

La procedura in parola si articola secondo un preciso cronoprogramma caratterizzato da tre fasi obbligatorie e sequenziali:

  • l’individuazione in bilancio delle risorse;
  • l’adozione dell’atto di costituzione del fondo (che costituisce il vincolo contabile alle risorse, quantificandole), di competenza del dirigente e da sottoporre alla certificazione da parte dell’organo di revisione;
  • la sottoscrizione del contratto decentrato annuale, quale titolo idoneo al perfezionamento dell’obbligazione (cfr. Corte dei conti, sez. reg. di controllo Marche, delib. n. 13/2019/PRSP).

Conformemente a tali scansioni procedurali, sotto il profilo strettamente contabile, il punto 5.2 del Principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria, Allegato n. 4/2 al d.lgs. n. 118/2011, precisa che “Le spese relative al trattamento accessorio e premiante, liquidate nell’esercizio successivo a quello cui si riferiscono, sono stanziate e impegnate in tale esercizio. Alla sottoscrizione della contrattazione integrativa si impegnano le obbligazioni relative al trattamento stesso accessorio e premiante, imputandole contabilmente agli esercizi del bilancio di previsione in cui tali obbligazioni scadono o diventano esigibili. Alla fine dell’esercizio, nelle more della sottoscrizione della contrattazione integrativa, sulla base della formale delibera di costituzione del fondo, vista la certificazione dei revisori, le risorse destinate al finanziamento del fondo risultano definitivamente vincolate. Non potendo assumere l’impegno, le correlate economie di spesa confluiscono nella quota vincolata del risultato di amministrazione, immediatamente utilizzabili secondo la disciplina generale, anche nel corso dell’esercizio provvisorio”.

Ne consegue che, come rimarcato dalla giurisprudenza contabile, solamente nel caso in cui nell’esercizio di riferimento siano adempiute correttamente tutte e tre le fasi, le risorse riferite al Fondo potranno essere impegnate e liquidate (cfr. sez. reg. di controllo Molise, delib. n. 218/2015/PAR; sez. reg. di controllo Veneto, delib. n. 263/2016/PAR) atteso che “è la formale deliberazione di costituzione del Fondo che assume rilievo quale atto costitutivo finalizzato ad attribuire il vincolo contabile alle relative risorse”.

Infatti, come chiaramente delineato dalla sez. reg. di controllo Lombardia nella delib. n. 386/2019/PAR, “solamente nel caso in cui nell’esercizio di riferimento siano adempiute correttamente tutte e tre le fasi, le risorse riferite al “Fondo” potranno essere impegnate e liquidate…La prima fase consiste nell’individuazione in bilancio delle risorse. A tale proposito si evidenzia che a finanziare il “Fondo” contribuiscono le risorse stabili così definite in quanto sono risorse fisse aventi carattere di certezza e stabilità (le principali fonti di alimentazione delle risorse stabili sono gli incrementi fissati dai CCNL) e le risorse variabili che, a differenza delle prime, hanno valenza annuale (tali risorse sono finanziate di anno in anno dall’ente sulla base di una valutazione delle proprie capacità di bilancio). La seconda fase consiste nell’adozione dell’atto di costituzione del fondo che ha la funzione di costituire il vincolo contabile alle risorse e svolge una funzione ricognitiva in quanto è diretta a quantificare l’ammontare delle risorse. Tale atto… deve essere formale e di competenza del dirigente e, inoltre, deve essere sottoposto a certificazione da parte dell’Organo di revisione. La terza ed ultima fase consiste nella sottoscrizione del contratto decentrato annuale che, secondo i nuovi principi della competenza finanziaria potenziata, costituisce titolo idoneo al perfezionamento dell’obbligazione. Infatti, alla sottoscrizione della contrattazione integrativa si impegnano le obbligazioni relative al trattamento accessorio e premiante (registrazione), imputandole contabilmente agli esercizi del bilancio di previsione in cui tali obbligazioni scadono o diventano esigibili…solamente nel momento in cui si completa l’iter appena descritto l’ente può impegnare il fondo e può pagare secondo il principio della competenza potenziata (esigibilità)…”.

Pertanto, l’impegno di spesa, connesso al fondo, può essere adottato solo con la sottoscrizione della contrattazione integrativa; difatti “se la costituzione del fondo si atteggia quale presupposto per la costituzione del vincolo sul risultato di amministrazione, la sottoscrizione del contratto decentrato è il presupposto necessario ed indispensabile per l’erogazione delle risorse, in quanto ne rappresenta il titolo giuridico legittimante” (cfr. sez. reg. di controllo Lazio, delib. n. 7/2019/PAR).

 

  1. Il termine per l’approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale è perentorio

L’art. 243-bis comma 5 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede il termine perentorio di 90 giorni, decorrente dalla data di esecutività della delibera consiliare di ricorso alla procedura di riequilibrio pluriennale, entro cui il Consiglio deve procedere all’approvazione del piano.

Secondo la Corte dei conti, sez. reg. di controllo Abruzzo, delib. n. 131/2020/PRSP del 6 luglio 2020, la natura perentoria del predetto termine si giustifica per l’esigenza di garantire la certezza del diritto in situazioni in cui sono coinvolti interessi giuridicamente rilevanti che sarebbero pregiudicati dalla dilatazione eccessiva del tempo di definizione di fatti e situazioni costitutive, modificative o estintive di situazioni giuridiche.

In particolare, la necessità che il piano di riequilibrio sia deliberato nel termine perentorio fissato dall’art. 243-bis, comma 5 del TUEL, risiede nel fatto che, in correlazione alla presentazione della delibera di ricorso alla procedura di riequilibrio, da un lato si produce l’effetto impeditivo dell’esercizio delle funzioni di controllo assegnate alla Corte dei conti dall’art. 6, comma 2, del Decreto Legislativo n. 149/2011 (funzioni poste a presidio della necessità di adottare urgenti rimedi utili ad evitare il dissesto finanziario dell’ente); dall’altro, opera la sospensione delle procedure esecutive intraprese nei confronti dell’ente, rimedio che interferisce negativamente nella sfera giuridica di terzi estranei alla vicenda amministrativa del riequilibrio.

Peraltro la perentorietà del termine espressamente prevista dalla legge, produce “ipso iure” gli effetti di cui all’art. 243-quater, comma 7, del TUEL (connessi allo spirare del termine stesso e qualora non penda la procedura ex art. 6 comma 2, D. Lgs. n. 149/2011 “temporaneamente” sospesa), effetti del tutto sottratti alla disponibilità del responsabile della procedura regolamentata nella quale è inserito il ripetuto termine.

La stessa Sezione delle Autonomie ha avuto, altresì, modo di precisare (delib. n. 22/2013/QMIG), che “la scadenza del termine perentorio di cui all’art. 243-bis, comma 5, produce “ipso iure” gli effetti di cui all’art. 243-quater, comma 7, del TUEL connessi alla mancata presentazione del piano – qualora non penda la procedura ex art. 6 comma 2, d.lgs. n. 149/2011 “temporaneamente” sospesa – effetti del tutto sottratti alla disponibilità dell’ente che al verificarsi della fattispecie ipotizzata, non può revocare la delibera di approvazione del piano di riequilibrio, né adottare alcun atto se non quelli preordinati alla dichiarazione di dissesto secondo la disciplina di cui al già richiamato art. 6, comma 2 del d.lgs. n. 149/2011”.

Tali principi sono stati fatti propri dalla costante giurisprudenza delle sezioni regionali di controllo, secondo cui “la mancata presentazione del piano nel termine perentorio indicato dalla legge comporta, ai sensi dell’art. 243 quater, comma 7, del TUEL, l’applicazione dell’art. 6, comma 2, del decreto legislativo n. 149 del 2011, con l’assegnazione al Consiglio dell’Ente, da parte del Prefetto, del termine non superiore a venti giorni per la deliberazione del dissesto” (sez. reg. di controllo Puglia, delib. n. 101/2017/PRSP).

 

  1. La mancanza del PassOE può essere regolarizzabile tramite soccorso istruttorio

Come è noto, il PassOE è lo strumento elettronico attraverso cui l’operatore economico può essere verificato per mezzo del sistema ACVPass, con il quale la stazione appaltante assolve all’obbligo di provvedere direttamente, presso gli enti certificanti convenzionati con l’ANAC, all’acquisizione dei documenti necessari alla verifica dei requisiti autodichiarati dai concorrenti in sede di gara. In breve, attraverso un’interfaccia web e la cooperazione applicativa dei vari enti certificanti, l’amministrazione può accedere in formato elettronico ai documenti posti a comprova delle dichiarazioni del concorrente.

Senonché, la normativa primaria, anche alla luce del principio di tassatività delle cause di esclusione, non indica il possesso del PassOE quale requisito di partecipazione previsto a pena di esclusione dalla procedura concorsuale; neppure può ritenersi, sotto il profilo operativo e funzionale, che lo stesso si configuri come elemento essenziale, incidente sulla par condicio dei concorrenti.

Di conseguenza, come ribadito recentemente dal TAR Piemonte, sez. I, nella sent. 5 luglio 2020, n. 444, la mancata produzione del PassOE in sede di gara integra una mera carenza documentale (e non anche un’ipotesi di irregolarità essenziale), regolarizzabile mediante soccorso istruttorio (in tal senso, cfr. anche Consiglio di Stato, sez. V, sent. 26 settembre 2017, n. 4506).