Si chiede di indicare la durata della proroga delle concessioni demaniali marittime disposta dal Legislatore con la Legge n. 145/2018 e se il relativo atto di proroga sia soggetto all’imposta di registro.

Con l’art. 1, il comma 682, della Legge 30 dicembre 2018, n. 145, il legislatore ha disposto una proroga di 15 anni delle concessioni demaniali marittime di cui all’art. 1, comma 1, del D.L. 5 ottobre 1993, n. 400, vigenti alla data del 1° gennaio 2019.

Per effetto di tale disposizione legislativa, dunque, la validità delle concessioni demaniali marittime, è stata estesa fino al 31 dicembre 2033.

Con riferimento all’applicazione dell’imposta di registro applicabile agli atti di proroga delle concessioni demaniali, secondo quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate nella risposta ad interpello n. 157 del 28 maggio 2020, occorre far riferimento al combinato disposto di cui agli articoli 45 del TUR (DPR n. 131/1986 – Approvazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro) e 5 della Tariffa, parte prima, allegata allo stesso TUR, secondo cui la base imponibile è costituita dall’ammontare del canone; conseguentemente, l’atto di proroga della concessione di bene demaniale marittimo da parte del Comune è sottoposto all’imposta di registro corrisposta con aliquota del 2 per cento, ai sensi dell’art. 5, comma 2, della Tariffa, parte prima, allegata al TUR, ed applicata sulla base imponibile costituita dall’ammontare complessivo dei canoni pattuiti per l’intera durata della concessione.

 

Numero 21 – Anno 2020

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IN QUESTO NUMERO

 

  1. Proroga concessioni demaniali marittime e imposta di registro
  2. Decreto Rilancio: anticipo liquidità EE.LL.
  3. Accesso dei consiglieri: eccessivo il rilascio della password al sistema contabile dell’Ente
  4. Esclusa l’ultrattività della polizza provvisoria nelle gare di appalto

 

  1. Proroga concessioni demaniali marittime e imposta di registro

Con l’art. 1, commi da 675 a 683, della Legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021), il legislatore ha previsto una revisione del sistema delle concessioni demaniali marittime; nelle more che venga attuata tale revisione, il comma 682 ha disposto una proroga di quindici anni delle concessioni demaniali marittime di cui all’art. 1, comma 1, del DL 5 ottobre 1993, n. 400 (convertito con modificazioni dalla Legge 4 dicembre 1993, n. 494), vigenti alla data del 1° gennaio 2019.

Per effetto di tale disposizione legislativa, dunque, la validità delle concessioni demaniali marittime, già prorogate fino al 31 dicembre 2020 (cfr. Legge 26 febbraio 2010, n. 25, di conversione del DL 30 dicembre 2009, n. 194 e Legge 17 dicembre 2012, n. 221, di conversione del DL 18 ottobre 2012, n. 179), è stata estesa fino al 31 dicembre 2033.

Già in passato, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 25 ottobre 2001, n. 166/E, aveva affermato che rientrano nell’ambito delle concessioni tutti gli atti della Pubblica Amministrazione, comunque denominati, con i quali viene consentito, da parte della medesima, l’uso di beni appartenenti al demanio e che la locuzione “beni demaniali” deve essere intesa in senso lato, dovendosi far rientrare in detta espressione tutti i beni del patrimonio dello Stato e degli enti pubblici territoriali, inconsiderazione della posizione di supremazia che tali soggetti assumono rispetto ai privati nel consentirne loro uso.

Con riferimento all’applicazione dell’imposta di registro applicabile agli atti di proroga delle concessioni demaniali, secondo quanto affermato dall’Agenzia nella risposta ad interpello n. 157 del 28 maggio 2020, occorre far riferimento al combinato disposto di cui agli articoli 45 del TUR (DPR n. 131/1986 – Approvazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro) e 5 della Tariffa, parte prima, allegata allo stesso TUR, secondo cui la base imponibile è costituita dall’ammontare del canone; conseguentemente, l’atto di proroga della concessione di bene demaniale marittimo da parte del Comune è sottoposto all’imposta di registro corrisposta con aliquota del 2 per cento, ai sensi dell’art. 5, comma 2, della Tariffa, parte prima, allegata al TUR, ed applicata sulla base imponibile costituita dall’ammontare complessivo dei canoni pattuiti per l’intera durata della concessione.

 

 

  1. Decreto Rilancio: anticipo liquidità EE.LL.

Sulla G.U. n. 128 del 19 maggio 2020 è stato pubblicato il Decreto Rilancio (DL 19 maggio 2020, n. 34), contenente Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19.

L’art. 115, in particolare, prevede l’istituzione di un fondo presso il MEF, denominato Fondo di liquidità per il pagamento dei debiti commerciali degli enti territoriali, che sarà gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, sulla base di una convenzione da adottare entro la prima metà del mese di giugno.

L’art. 116, collegato al precedente, consente agli EE.LL. (nonché alle Regioni e alle Province Autonome) che, anche in ragione dell’emergenza epidemiologica in atto, si ritrovano in carenza di liquidità, di accedere al fondo di cui all’art. 115 per il pagamento dei debiti certi, liquidi ed esigibili al 31 dicembre 2019, relativi a somministrazioni, forniture, appalti e a obbligazioni per prestazioni professionali: in sintesi, la Giunta, con una propria deliberazione, potrà richiedere alla Cassa l’anticipazione necessaria per tali pagamenti, dal prossimo 15 giugno e fino al 7 luglio 2020, allegando una dichiarazione del legale rappresentante dell’ente, contenente l’elenco dei debiti da pagare, redatta utilizzando il modello generato dalla piattaforma elettronica per la gestione telematica del rilascio delle certificazioni dei debiti della P.A. (di cui all’art. 7, comma 1, del DL  8 aprile 2013, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla Legge 6 giugno 2013, n. 64) e l’attestazione di copertura finanziaria delle spese concernenti il rimborso delle rate di ammortamento, verificata dall’organo di controllo di regolarità amministrativa e contabile.

L’anticipazione sarà concessa entro il 24 luglio ed i pagamenti dovranno essere effettuati entro 30 giorni dall’accredito della somma, pena la responsabilità disciplinare dei dirigenti interessati; la restituzione avverrà entro un arco temporale massimo di 30 anni, a rate costanti, con inizio nel 2022, entro il 31 ottobre di ogni anno, con tasso di interesse pari all’1,226%.

 

 

 

 

 

 

 

  1. Accesso dei consiglieri: eccessivo il rilascio della password al sistema contabile dell’Ente

Come è noto, il diritto di accesso dei consiglieri comunali, disciplinato dall’art. 43 comma 2 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000), è estremamente ampio e consente di ottenere dagli uffici tutte le notizie e le informazioni in possesso, utili all’espletamento del mandato.

Gli unici limiti che tale diritto incontra sono tre:

  • l’obbligo al segreto, nei casi specificamente determinati dalla legge;
  • l’esercizio deve comportare il minor aggravio possibile per gli uffici comunali;
  • le richieste non devono essere assolutamente generiche ovvero meramente emulative, fermo restando, tuttavia, che la sussistenza di tali caratteri deve essere attentamente e approfonditamente vagliata in concreto, al fine di non introdurre surrettiziamente inammissibili limitazioni al diritto stesso (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, sent. 5 settembre 2014, n. 4525; TAR Toscana, sez. I, sent. 28 gennaio 2019, n. 133).

In diverse occasioni la giurisprudenza (cfr., Consiglio di Stato, sez. V, sent. 8 giugno 2018, n. 3486; (TAR Basilicata, sez. I, sent. 10 luglio 2019, n. 599; TAR Campania, Salerno, sez. II, sent. 4 aprile 2019, n. 545; TAR Sardegna, sez. I, sent. 4 aprile 2019, n. 317) ha riconosciuto la possibilità per il consigliere di avere accesso diretto, ai soli fini informativi, al sistema informatico interno e contabile dell’ente, attraverso l’uso di apposite password, proprio al fine di evitare che le continue richieste di accesso si potessero trasformare in un aggravio dell’ordinaria attività amministrativa dell’ente locale.

Recentemente, però, la giurisprudenza di primo grado sembra aver cambiato opinione: il TAR Sicilia, Catania, sez. I, nella sent. 4 maggio 2020, n. 926, ha affermato che il rilascio delle credenziali per l’accesso al programma di gestione contabile, in definitiva, consentirebbe ai consiglieri comunali di accedere alla generalità indiscriminata dei documenti relativi alla contabilità dell’Ente in mancanza di apposita istanza; tale forma di accesso “diretto” si risolverebbe in un monitoraggio assoluto e permanente sull’attività degli uffici, tale da violare la ratio dell’istituto, che, così declinato, eccederebbe strutturalmente la sua funzione conoscitiva e di controllo in riferimento ad una determinata informazione e/o ad uno specifico atto dell’ente, siccome ritenuti strumentali al mandato politico, per appuntarsi, a monte, sull’esercizio della funzione propria della relativa area e sulla complessiva attività degli uffici, con finalità essenzialmente esplorative, che eccedono dal perimetro delle prerogative attribuite ai consiglieri (TAR Molise, sez. I, sent. 3 settembre 2019, n. 285).

Secondo i giudici catanesi, perciò, il diritto di accesso dei consiglieri comunali non può estendersi fino a configurare “[…] un sindacato generalizzato dell’attività degli organi decidenti, deliberanti e amministrativi dell’Ente […]” in luogo di esercizio del mandato politico “[…] finalizzato ad un organico progetto conoscitivo in relazione a singole problematiche […]” (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, sent. 12 febbraio 2013, n. 846; sez. V, sent. 2 marzo 2018, n. 1298 e TAR Sardegna, sez. I, sent. 13 febbraio 2019, n. 128).

Quanto al rilascio delle credenziali per l’accesso al programma di protocollo informatico, il TAR Catania ritiene si tradurrebbe in un accesso generalizzato e indiscriminato a tutti i dati della corrispondenza in entrata e uscita (TAR Toscana, sez. I, sent. 22 dicembre 2016, n. 1844) e si rivelerebbe sproporzionato rispetto alle esigenze conoscitive sottese: in altri termini, la modalità informatica di accesso (il “quomodo”) appare eccessiva rispetto allo scopo perseguito.

 

 

  1. Esclusa l’ultrattività della polizza provvisoria nelle gare di appalto

Come è noto, l’art. 93 comma 5 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016) prescrive per la garanzia provvisoria un’efficacia minima di 180 giorni dalla data di presentazione dell’offerta. Rientra, altresì, nella discrezionalità della stazione appaltante richiedere, tramite il bando o la lettera di invito, una garanzia con termine di validità maggiore o minore, in relazione alla durata presumibile del procedimento; parimenti, è facoltà della stazione appaltante prescrivere che l’offerta sia corredata dall’impegno del garante a rinnovare la garanzia, su richiesta, nel corso della procedura, per la durata indicata nel bando, nel caso in cui al momento della sua scadenza non sia ancora intervenuta l’aggiudicazione.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente delicato: infatti, come affermato dal Consiglio di Stato, sez. III, nella sent. 19 maggio 2020, n. 3190, se la stazione appaltante non richiede il rinnovo della garanzia provvisoria qualora alla data dell’originaria scadenza non si sia verificata l’aggiudicazione, deve escludersi l’ultrattività della garanzia, rimanendo valido il termine di scadenza originariamente previsto. Tale principio è coerente anche con la circostanza che la garanzia provvisoria coinvolge non solo la stazione appaltante ed il partecipante alla gara ma anche il soggetto terzo che la presta, il quale ha fornito il proprio assenso a fungere da garante nei limiti temporali inizialmente previsti.

Ne consegue che, mentre per l’offerta può valere il principio dell’ultrattività, nel caso della fideiussione è necessario che il terzo garante disponga il rinnovo della garanzia a seguito di formale richiesta da parte della stazione appaltante: conseguentemente, è onere di quest’ultima, in corso di gara, richiedere al garante l’estensione temporale della garanzia nel caso in cui alla scadenza non sia ancora intervenuta l’aggiudicazione, così come previsto dal Codice dei contratti pubblici.

Servizio di tesoreria: opera l’esenzione IVA

Con la recente risposta ad interpello n. 154 del 28 maggio 2020, l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che le prestazioni rese da una banca ad un istituto scolastico per il servizio di tesoreria (ma il principio è estensibile anche al Comune) sono esenti IVA ex art. 10 del d.P.R. n. 633 del 1972.

Il comma 1 n. 1) di tale articolo, infatti, prevede che sono esenti «le prestazioni di servizi concernenti la concessione e la negoziazione di crediti, la gestione degli stessi da parte dei concedenti e le operazioni di finanziamento; l’assunzione di impegni di natura finanziaria, l’assunzione di fideiussioni e di altre garanzie e la gestione di garanzie di crediti da parte dei concedenti; le dilazioni di pagamento, le operazioni, compresa la negoziazione, relative a depositi di fondi, conti correnti, pagamenti, giroconti, crediti e ad assegni o altri effetti commerciali, ad eccezione del recupero di crediti; la gestione di fondi comuni di investimento e di fondi pensione di cui al decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, le dilazioni di pagamento e le gestioni similari e il servizio bancoposta».

Secondo gli esperti dell’Agenzia, l’esenzione deve essere riconosciuta per le operazioni di gestione del conto corrente, di incassi e di pagamenti e per l’attivazione e alla gestione di carte di credito; al contrario, i servizi di custodia e di amministrazione di titoli e valori sono espressamente esclusi dal regime di esenzione dall’art. 10, comma 1, n. 4), in quanto eventuali, opzionali e non strettamente connessi con la gestione degli incassi e pagamenti: conseguentemente, i relativi corrispettivi saranno da assoggettare all’aliquota ordinaria IVA.

Come accennato, il principio è valido anche per il Comune: ed infatti, già la risalente risoluzione del Ministero delle Finanze n. 17/E del 7 febbraio 2001 aveva affermato l’operatività dell’esenzione IVA per il contributo pagato dal Comune all’istituto di credito per il servizio di tesoreria, sul presupposto che detto servizio rientra fra le attività proprie istituzionali dell’ente e non commerciali.

 

Garanzie fideiussorie appalti: verifiche sui soggetti emittenti da parte del Comune

IVASS (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni), Banca d’Italia, ANAC e AGCM (Autorità garante della concorrenza e del mercato) hanno pubblicato, lo scorso 28 maggio, importanti suggerimenti per le PP.AA., utili per ridurre il rischio di accettare garanzie finanziarie non valide (il documento è integralmente consultabile sul sito dell’ANAC al seguente link: http://www.anticorruzione.it/portal/rest/jcr/repository/collaboration/Digital%20Assets/anacdocs/Comunicazione/News/GaranzieFinanziarieSuggerimentiPA.28.05.20.pdf).

Come è noto, le garanzie fideiussorie possono essere rilasciate da:

  1. banche;
  2. intermediari finanziari e confidi maggiori iscritti nell’albo di cui all’art. 106 del Testo Unico Bancario (Decreto Legislativo n. 385/1993);
  3. compagnie assicurative autorizzate ad operare nel ramo Cauzioni.

Il primo livello di controllo riguarda la verifica che il soggetto che ha rilasciato la garanzia sia legittimato; di conseguenza, nel caso delle banche, è necessario consultare l’elenco degli istituti di credito autorizzati al seguente link: https://infostat.bancaditalia.it/GIAVAInquiry-public/ng/; per gli intermediari finanziari e confidi maggiori, invece, il link per la consultazione è il seguente:  https://infostat.bancaditalia.it/GIAVAInquiry-public/GaranzieNonMutualistiche.html.

Al contempo, è necessario verificare che il soggetto che rilascia la garanzia non sia censito in una delle seguenti liste di anomalia (da non considerare esaustive, essendovi riportati solo quei soggetti di cui siano pervenute segnalazioni alla Banca d’Italia):

Per quanto concerne, invece, le compagnie assicurative, l’IVASS cura l’Albo di quelle abilitate in Italia (anche se di un altro Stato membro dell’UE) al rilascio delle polizze fideiussorie, consultabile al seguente link: https://infostat-ivass.bancaditalia.it/RIGAInquiry-public/ng/#/home. 

Anche in questo caso, è necessario verificare che la polizza non sia stata rilasciata da un soggetto presente nell’elenco dei non autorizzati, consultabile al seguente link:  https://www.ivass.it/consumatori/proteggi/ELENCO_AVVISI_IMPRESE_NON_AUTORIZZATE_O_NON_ABILITATE.pdf. 

 

Firma della relazione di fine mandato nel caso del Sindaco dimissionario

Nel caso di scioglimento anticipato del Consiglio per dimissioni del Sindaco, la relazione di fine mandato deve essere firmata dal Sindaco e non dal Commissario subentrante: è quanto ribadito dalla Corte dei Conti, sez. reg. contr. Calabria, nella delib. n. 95/2020/PAR del 12 maggio 2020.

I giudici contabili, riprendendo quanto già affermato dalla sez. Autonomie della Corte con la delib. n. 15/2015, hanno osservato che tale adempimento, anche nel caso di scioglimento anticipato dell’Ente, non può che spettare comunque al Sindaco (o al Presidente della Provincia), alla luce dell’art. 4 comma 3 del Decreto Legislativo n. 149/2011, secondo il quale “In caso di scioglimento anticipato del Consiglio comunale o provinciale, la sottoscrizione della relazione e la certificazione da parte degli organi di controllo interno avvengono entro quindici giorni dal provvedimento di indizione delle elezioni”. Ed infatti, tale comma deve essere posto in relazione con i precedenti, dalla lettura dei quali è facilmente desumibile che la relazione di fine mandato costituisca atto proprio del Presidente della Provincia e del Sindaco non demandabile al Commissario straordinario nominato in seguito allo scioglimento dell’organo consiliare, visto che vengono previsti in maniera precisa i termini e le modalità per l’adempimento (compresa la pubblicazione), il ruolo del Sindaco, del responsabile dell’ufficio finanziario e quello dell’organo di revisione.

Infine, è utile evidenziare che la sanzione in caso di mancato adempimento dell’obbligo di redazione e di pubblicazione nel sito istituzionale dell’ente della relazione di fine mandato sono proprio in capo al Sindaco, che subisce una decurtazione della propria indennità: si tratta di un dato di fatto che rafforza la tesi sostenuta dai giudici.