Numero 28 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 28 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Trattamento IVA del canone previsto nell’ambito di una concessione in project financing
  2. Decreto Semplificazioni: novità sul termine per la delibera del piano di riequilibrio
  3. ZTL e aree pedonali: competenza in capo alla Giunta
  4. I commissari di gara non devono aver svolto precedenti attività inerenti l’affidamento

 

 

  1. Trattamento IVA del canone previsto nell’ambito di una concessione in project financing

Il canone che il Comune si obbliga a corrispondere al concessionario di un project financing (ex art. 183 del Codice dei contratti pubblici – Decreto Legislativo n. 50/2016), quale corrispettivo di prestazioni previste nel rapporto sinallagmatico, ha rilevanza IVA ai sensi dell’art. 3 del d.P.R. n. 633/1972 ed è subordinato all’aliquota ordinaria: è quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate con la recente risposta ad interpello n. 211 del 13 luglio 2020.

Come è noto, in linea generale e come precisato in passato dalla medesima Agenzia (cfr. risoluzione 11 giugno 2002, n. 183/E), un contributo assume rilevanza ai fini IVA se erogato a fronte di un’obbligazione di dare, fare, non fare o permettere, ossia quando si è in presenza di un rapporto obbligatorio a prestazioni corrispettive: in altri termini, il contributo assume natura onerosa e configura un’operazione rilevante agli effetti dell’IVA quando tra le parti intercorre un rapporto giuridico sinallagmatico nel quale il contributo ricevuto dal beneficiario costituisce il compenso per il servizio effettuato o per il bene ceduto.

Di contro, l’esclusione dal campo d’applicazione dell’IVA si configura ogni qualvolta il soggetto che riceve il contributo non diventa obbligato a dare, fare, non fare o permettere alcunché in controprestazione: così, in generale, i contributi a fondo perduto, ossia quelli versati non in contropartita di una prestazione di servizi o di una cessione di beni, non sono soggetti ad imposta.

Al fine di accertare se un contributo costituisca corrispettivo per prestazioni di servizi, ovvero si configuri come mera elargizione di somme di denaro per il perseguimento di obiettivi di carattere generale, occorre fare riferimento al concreto assetto degli interessi perseguiti dai soggetti che intervengono nella fattispecie, ossia al sinallagma contrattuale, da cui desumere la natura del canone e la conseguente assoggettabilità o meno all’IVA.

Nel caso specifico oggetto dell’interpello, secondo l’Agenzia, il rapporto instaurato tra il Comune e la società concessionaria è inquadrabile in un rapporto contrattuale, caratterizzato dal sinallagma tra l’obbligo assunto dal concessionario di svolgere una serie di attività correlate alla riqualificazione e alla valorizzazione dell’offerta museale e l’obbligo assunto dall’ente locale sia di pagare un canone che di consentire al concessionario il diritto allo sfruttamento del servizio mediante l’acquisizione dei relativi proventi. La natura contrattuale del rapporto, peraltro, trova conferma in numerosi articoli della convezione stipulata, i quali prevedono, ad esempio, la clausola di risoluzione e le penalità per inadempimento, che rappresentano strumenti tipici che regolano, in via concordata, le ipotesi in cui il sinallagma contrattuale non si realizza a causa di uno dei contraenti e, quindi, in ultima analisi testimoniano l’effettiva corrispettività tra le somme erogate e l’attività finanziata (cfr. circolare n. 34/E del 22 novembre 2013).

 

 

  1. Decreto Semplificazioni: novità sul termine per la delibera del piano di riequilibrio

È stato pubblicato sulla G.U. n. 178 del 16 luglio il Decreto Semplificazioni (DL 16 luglio 2020, n. 76). Tra le norme di maggior interesse per gli EE.LL. segnaliamo l’art. 17, rubricato Stabilità finanziaria degli enti locali.

In particolare, in ragione dell’emergenza epidemiologica in atto, il comma 1 della citata disposizione prevede che il termine perentorio per la delibera consiliare di adozione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale ex art. 243 bis comma 5 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) è fissato al 30 settembre 2020 se la scadenza “ordinaria” dei 90 giorni (decorrenti dalla data di esecutività della delibera di ricorso al piano) si verifica prima di tale data. In pratica, tutti gli enti che hanno deliberato il ricorso al piano prima del 2 luglio 2020 avranno, quale scadenza per deliberare il piano, il 30 settembre 2020.

Inoltre, il medesimo comma dispone la rimessione nei termini dei Comuni per i quali il termine di 90 giorni è scaduto alla data del 30 giugno 2020, per effetto del rinvio operato ai sensi dell’art. 107, comma 7, del Decreto Cura Italia (DL 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla Legge 24 aprile 2020, n. 27) ovvero è scaduto fra il 30 giugno 2020 ed il 16 luglio 2020 (data di entrata in vigore del Decreto Semplificazione).

 

 

  1. ZTL e aree pedonali: competenza in capo alla Giunta

Rientra tra i poteri della Giunta la delimitazione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato: è quanto ribadito dal Consiglio di Stato, sez. V, nella sent. 15 luglio 2020, n. 4567.

Ed infatti, l’art. 7, comma 9, del Codice della strada (Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285) prevede che i Comuni, con deliberazione della Giunta, provvedono a delimitare le aree pedonali e le zone a traffico limitato, tenendo conto degli effetti del traffico sulla sicurezza della circolazione, sulla salute, sull’ordine pubblico, sul patrimonio ambientale e culturale e sul territorio; in caso di urgenza il provvedimento potrà essere adottato con ordinanza del Sindaco, ancorché di modifica o integrazione della deliberazione della Giunta.

Come evidenziato in precedenza dalla giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. V, sent. 21 ottobre 2019, n. 7129), la norma citata “attribuisce espressamente alla Giunta comunale una regolazione generale della restrizione del traffico veicolare urbano anche in considerazione del suo generale impatto territoriale, e così la individuazione di specifiche aree da “pedonalizzare” o “semipedonalizzare”. Tale è la funzione primaria dell’art. 7, comma 9, che corrisponde ad un obiettivo programmatorio generale del traffico veicolare, che si specifica anche attraverso la delimitazione di zone pedonali, a traffico limitato, analogamente a quanto avviene per il Piano urbano del traffico: con cui, del resto, tali misure devono necessariamente armonizzarsi. La previsione di una autonoma Zona a Traffico Limitato postula dunque una razionalizzazione dell’uso del territorio in chiave programmatoria che la norma non a caso attribuisce alla Giunta comunale”.

 

 

  1. I commissari di gara non devono aver svolto precedenti attività inerenti l’affidamento

L’art. 77 comma 4 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016) dispone che “i commissari non devono aver svolto né possono svolgere alcun’altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto del cui affidamento”. Secondo la giurisprudenza, “il fondamento ultimo di razionalità della disposizione dell’art. 77, comma 4, è … quello per cui chi ha redatto la lex specialis non può essere componente della Commissione, costituendo il principio di separazione tra chi predisponga il regolamento di gara e chi è chiamato a concretamente applicarlo una regola generale posta a tutela della trasparenza della procedura, e dunque a garanzia del diritto delle parti ad una decisione adottata da un organo terzo ed imparziale mediante valutazioni il più possibile oggettive, e cioè non influenzate dalle scelte che l’hanno preceduta” (Consiglio di Stato, sez. V, sent. 17 aprile 2020, n. 2471).

Conseguentemente, come affermato dal TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, nella sent. 19 giugno 2020, n. 1111, versa in una situazione di incompatibilità il commissario che, in precedenza, ha sottoscritto il bando ed il disciplinare di gara, ha partecipato al procedimento di nomina della Commissione ed ha comunicato ai partecipanti la nomina della Commissione, ha sottoscritto tutte le FAQ in sede di gara, fornendo anche indicazioni di carattere tecnico o informazioni di errata corrige; dette attività, quindi, per la loro rilevanza, non possono considerarsi meramente istruttorie.

 

 

 

Numero 27 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 27 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. La cassa quale indicatore di eventuali difficoltà dell’ente locale
  2. Fondo risorse decentrate: la relativa costituzione deve avvenire ad inizio esercizio
  3. Il termine per l’approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale è perentorio
  4. La mancanza del PassOE può essere regolarizzata tramite soccorso istruttorio

 

  1. La cassa quale indicatore di eventuali difficoltà dell’ente locale

Attenzionare la cassa può consentire all’ente di anticipare eventuali criticità future e di attivarsi per tempo per superarle.

Recentemente anche la Sezione Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione n. 9/2020 (contenente le linee guida per i revisori per le verifiche sul rendiconto), ha evidenziato una serie di indici la cui presenza è sintomatica di possibili criticità di cassa:

  • incidenza delle spese rigide sulle entrate correnti;
  • incidenza degli incassi delle entrate proprie sul totale delle previsioni definitive di bilancio di parte corrente;
  • ricorso all’istituto dell’anticipazione di cassa, sostenibilità dell’indebitamento;
  • sostenibilità dell’eventuale disavanzo a carico del singolo esercizio contabile;
  • incidenza degli eventuali debiti fuori bilancio riconosciuti ai sensi dell’art. 194 del TUEL;
  • rilevanza degli eventuali debiti fuori bilancio in corso di formale riconoscimento;
  • effettiva capacità di riscossione delle entrate complessive afferenti il bilancio dell’ente.

I giudici, richiamando quanto già evidenziato dalla sezione regionale di controllo per l’Emilia-Romagna nella deliberazione n. 43/2019/INPR, si sono ulteriormente soffermati su altri elementi utili ad individuare le ipotesi di maggior rischio per la tenuta degli equilibri:

  1. fondo cassa pro-capite al 31 dicembre minore del dato medio e differenza tra i residui attivi e il fondo crediti di dubbia esigibilità, in rapporto ai residui passivi, maggiore del 140%;
  2. fondo pluriennale vincolato in conto capitale uguale a zero o non valorizzato;
  3. fondo crediti di dubbia esigibilità uguale a zero o non valorizzato;
  4. fondo anticipazioni liquidità maggiore di zero;
  5. parte disponibile del risultato di amministrazione minore o uguale a zero o non valorizzata;
  6. mancato rispetto pareggio di bilancio nell’esercizio precedente;
  7. enti inadempienti all’invio dei dati alla banca dati BDAP.

La verifica incrociata dei suddetti indicatori potrà fornire utili indicazioni nel disvelare situazioni critiche nella tenuta degli equilibri non rilevabili prima facie dalle scritture.

In particolare, merita la massima attenzione il dato relativo alla differenza tra i residui attivi e il fondo crediti di dubbia esigibilità, in rapporto ai residui passivi, che rappresenta l’incidenza dei debiti (che alla luce del principio generale della competenza finanziaria potenziata coincide con lo stock di residui passivi) che sono coperti da entrate ritenute liquide in un orizzonte di breve termine: tanto più basso sarà il relativo valore, tanto migliore sarà la capacità della cassa dell’ente di far fronte alle obbligazioni perfezionate ed esigibili. Ovviamente, non è importante solo il dato in un determinato momento ma anche la sua evoluzione nel tempo.

Per migliorare la situazione bisognerà agire tante sulle entrate quanto sulle spese: in merito al primo aspetto, sarà opportuno migliorare la tempistica di emissione delle liste di carico/ruoli e potenziare le attività di riscossione; in merito al secondo aspetto, ancorché non sempre di facile attuazione, potrà essere avviata un’incisiva attività di contenimento della spesa.

 

  1. Fondo risorse decentrate: la relativa costituzione deve avvenire ad inizio esercizio

I principi contabili armonizzati rimarcano l’esigenza di stipulare il contratto decentrato entro l’inizio dell’anno al fine di creare il titolo giuridico legittimante l’erogazione di trattamenti fissi e continuativi quali le indennità di comparto, indennità dei profili professionali, posizioni organizzative, indennità di turno, disagio, reperibilità, maneggio valori (cfr., recentemente, Corte dei conti, reg. di controllo Calabria, delib. n. 167/2018).

Come è noto, la vigente normativa legislativa e contrattuale prevede la costituzione di un apposito fondo per alimentare la contrattazione decentrata integrativa in favore del personale degli enti locali.

Ogni amministrazione deve prevedere le risorse finanziarie necessarie nei limiti previsti dalla legge e dalla contrattazione nazionale procedendo tempestivamente, all’inizio di ciascun esercizio finanziario, a costituire il fondo suddetto, il quale potrà essere erogato a seguito di apposita contrattazione con le organizzazioni sindacali.

La procedura in parola si articola secondo un preciso cronoprogramma caratterizzato da tre fasi obbligatorie e sequenziali:

  • l’individuazione in bilancio delle risorse;
  • l’adozione dell’atto di costituzione del fondo (che costituisce il vincolo contabile alle risorse, quantificandole), di competenza del dirigente e da sottoporre alla certificazione da parte dell’organo di revisione;
  • la sottoscrizione del contratto decentrato annuale, quale titolo idoneo al perfezionamento dell’obbligazione (cfr. Corte dei conti, sez. reg. di controllo Marche, delib. n. 13/2019/PRSP).

Conformemente a tali scansioni procedurali, sotto il profilo strettamente contabile, il punto 5.2 del Principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria, Allegato n. 4/2 al d.lgs. n. 118/2011, precisa che “Le spese relative al trattamento accessorio e premiante, liquidate nell’esercizio successivo a quello cui si riferiscono, sono stanziate e impegnate in tale esercizio. Alla sottoscrizione della contrattazione integrativa si impegnano le obbligazioni relative al trattamento stesso accessorio e premiante, imputandole contabilmente agli esercizi del bilancio di previsione in cui tali obbligazioni scadono o diventano esigibili. Alla fine dell’esercizio, nelle more della sottoscrizione della contrattazione integrativa, sulla base della formale delibera di costituzione del fondo, vista la certificazione dei revisori, le risorse destinate al finanziamento del fondo risultano definitivamente vincolate. Non potendo assumere l’impegno, le correlate economie di spesa confluiscono nella quota vincolata del risultato di amministrazione, immediatamente utilizzabili secondo la disciplina generale, anche nel corso dell’esercizio provvisorio”.

Ne consegue che, come rimarcato dalla giurisprudenza contabile, solamente nel caso in cui nell’esercizio di riferimento siano adempiute correttamente tutte e tre le fasi, le risorse riferite al Fondo potranno essere impegnate e liquidate (cfr. sez. reg. di controllo Molise, delib. n. 218/2015/PAR; sez. reg. di controllo Veneto, delib. n. 263/2016/PAR) atteso che “è la formale deliberazione di costituzione del Fondo che assume rilievo quale atto costitutivo finalizzato ad attribuire il vincolo contabile alle relative risorse”.

Infatti, come chiaramente delineato dalla sez. reg. di controllo Lombardia nella delib. n. 386/2019/PAR, “solamente nel caso in cui nell’esercizio di riferimento siano adempiute correttamente tutte e tre le fasi, le risorse riferite al “Fondo” potranno essere impegnate e liquidate…La prima fase consiste nell’individuazione in bilancio delle risorse. A tale proposito si evidenzia che a finanziare il “Fondo” contribuiscono le risorse stabili così definite in quanto sono risorse fisse aventi carattere di certezza e stabilità (le principali fonti di alimentazione delle risorse stabili sono gli incrementi fissati dai CCNL) e le risorse variabili che, a differenza delle prime, hanno valenza annuale (tali risorse sono finanziate di anno in anno dall’ente sulla base di una valutazione delle proprie capacità di bilancio). La seconda fase consiste nell’adozione dell’atto di costituzione del fondo che ha la funzione di costituire il vincolo contabile alle risorse e svolge una funzione ricognitiva in quanto è diretta a quantificare l’ammontare delle risorse. Tale atto… deve essere formale e di competenza del dirigente e, inoltre, deve essere sottoposto a certificazione da parte dell’Organo di revisione. La terza ed ultima fase consiste nella sottoscrizione del contratto decentrato annuale che, secondo i nuovi principi della competenza finanziaria potenziata, costituisce titolo idoneo al perfezionamento dell’obbligazione. Infatti, alla sottoscrizione della contrattazione integrativa si impegnano le obbligazioni relative al trattamento accessorio e premiante (registrazione), imputandole contabilmente agli esercizi del bilancio di previsione in cui tali obbligazioni scadono o diventano esigibili…solamente nel momento in cui si completa l’iter appena descritto l’ente può impegnare il fondo e può pagare secondo il principio della competenza potenziata (esigibilità)…”.

Pertanto, l’impegno di spesa, connesso al fondo, può essere adottato solo con la sottoscrizione della contrattazione integrativa; difatti “se la costituzione del fondo si atteggia quale presupposto per la costituzione del vincolo sul risultato di amministrazione, la sottoscrizione del contratto decentrato è il presupposto necessario ed indispensabile per l’erogazione delle risorse, in quanto ne rappresenta il titolo giuridico legittimante” (cfr. sez. reg. di controllo Lazio, delib. n. 7/2019/PAR).

 

  1. Il termine per l’approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale è perentorio

L’art. 243-bis comma 5 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede il termine perentorio di 90 giorni, decorrente dalla data di esecutività della delibera consiliare di ricorso alla procedura di riequilibrio pluriennale, entro cui il Consiglio deve procedere all’approvazione del piano.

Secondo la Corte dei conti, sez. reg. di controllo Abruzzo, delib. n. 131/2020/PRSP del 6 luglio 2020, la natura perentoria del predetto termine si giustifica per l’esigenza di garantire la certezza del diritto in situazioni in cui sono coinvolti interessi giuridicamente rilevanti che sarebbero pregiudicati dalla dilatazione eccessiva del tempo di definizione di fatti e situazioni costitutive, modificative o estintive di situazioni giuridiche.

In particolare, la necessità che il piano di riequilibrio sia deliberato nel termine perentorio fissato dall’art. 243-bis, comma 5 del TUEL, risiede nel fatto che, in correlazione alla presentazione della delibera di ricorso alla procedura di riequilibrio, da un lato si produce l’effetto impeditivo dell’esercizio delle funzioni di controllo assegnate alla Corte dei conti dall’art. 6, comma 2, del Decreto Legislativo n. 149/2011 (funzioni poste a presidio della necessità di adottare urgenti rimedi utili ad evitare il dissesto finanziario dell’ente); dall’altro, opera la sospensione delle procedure esecutive intraprese nei confronti dell’ente, rimedio che interferisce negativamente nella sfera giuridica di terzi estranei alla vicenda amministrativa del riequilibrio.

Peraltro la perentorietà del termine espressamente prevista dalla legge, produce “ipso iure” gli effetti di cui all’art. 243-quater, comma 7, del TUEL (connessi allo spirare del termine stesso e qualora non penda la procedura ex art. 6 comma 2, D. Lgs. n. 149/2011 “temporaneamente” sospesa), effetti del tutto sottratti alla disponibilità del responsabile della procedura regolamentata nella quale è inserito il ripetuto termine.

La stessa Sezione delle Autonomie ha avuto, altresì, modo di precisare (delib. n. 22/2013/QMIG), che “la scadenza del termine perentorio di cui all’art. 243-bis, comma 5, produce “ipso iure” gli effetti di cui all’art. 243-quater, comma 7, del TUEL connessi alla mancata presentazione del piano – qualora non penda la procedura ex art. 6 comma 2, d.lgs. n. 149/2011 “temporaneamente” sospesa – effetti del tutto sottratti alla disponibilità dell’ente che al verificarsi della fattispecie ipotizzata, non può revocare la delibera di approvazione del piano di riequilibrio, né adottare alcun atto se non quelli preordinati alla dichiarazione di dissesto secondo la disciplina di cui al già richiamato art. 6, comma 2 del d.lgs. n. 149/2011”.

Tali principi sono stati fatti propri dalla costante giurisprudenza delle sezioni regionali di controllo, secondo cui “la mancata presentazione del piano nel termine perentorio indicato dalla legge comporta, ai sensi dell’art. 243 quater, comma 7, del TUEL, l’applicazione dell’art. 6, comma 2, del decreto legislativo n. 149 del 2011, con l’assegnazione al Consiglio dell’Ente, da parte del Prefetto, del termine non superiore a venti giorni per la deliberazione del dissesto” (sez. reg. di controllo Puglia, delib. n. 101/2017/PRSP).

 

  1. La mancanza del PassOE può essere regolarizzabile tramite soccorso istruttorio

Come è noto, il PassOE è lo strumento elettronico attraverso cui l’operatore economico può essere verificato per mezzo del sistema ACVPass, con il quale la stazione appaltante assolve all’obbligo di provvedere direttamente, presso gli enti certificanti convenzionati con l’ANAC, all’acquisizione dei documenti necessari alla verifica dei requisiti autodichiarati dai concorrenti in sede di gara. In breve, attraverso un’interfaccia web e la cooperazione applicativa dei vari enti certificanti, l’amministrazione può accedere in formato elettronico ai documenti posti a comprova delle dichiarazioni del concorrente.

Senonché, la normativa primaria, anche alla luce del principio di tassatività delle cause di esclusione, non indica il possesso del PassOE quale requisito di partecipazione previsto a pena di esclusione dalla procedura concorsuale; neppure può ritenersi, sotto il profilo operativo e funzionale, che lo stesso si configuri come elemento essenziale, incidente sulla par condicio dei concorrenti.

Di conseguenza, come ribadito recentemente dal TAR Piemonte, sez. I, nella sent. 5 luglio 2020, n. 444, la mancata produzione del PassOE in sede di gara integra una mera carenza documentale (e non anche un’ipotesi di irregolarità essenziale), regolarizzabile mediante soccorso istruttorio (in tal senso, cfr. anche Consiglio di Stato, sez. V, sent. 26 settembre 2017, n. 4506).

 

Numero 26 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 26 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. TEFA: le nuove indicazioni del MEF per il riversamento
  2. Ripiano del disavanzo ex Decreto Cura Italia: ARCONET chiarisce
  3. La cessione di quote di una partecipata richiede una procedura ad evidenza pubblica
  4. Aggiudicazione annullata: si procede con lo scorrimento della graduatoria

 

  1. TEFA: le nuove indicazioni del MEF per il riversamento

Come comunicato dal MEF sul proprio sito istituzionale lo scorso 2 luglio, è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il nuovo decreto concernente i criteri e le modalità con cui è assicurato il sollecito riversamento del tributo per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell’ambiente (TEFA).

Nello specifico, l’art. 2 del decreto dispone che, a decorrere dal 1° gennaio 2020, la misura del TEFA è fissata al 5% del prelievo collegato al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani stabilito da ciascun Comune, salva diversa deliberazione da parte della Provincia o della Città metropolitana. Tale deliberazione è comunicata, solo per il 2020, all’Agenzia delle Entrate e, per gli anni successivi, ai comuni interessati, entro il 28 febbraio dell’anno di riferimento.

Per l’annualità 2020, la Struttura di gestione prevista dall’art. 22, comma 3, del Decreto Legislativo n. 241/1997, effettua lo scorporo dai singoli versamenti di quanto riscosso a titolo di TEFA, compresi eventuali interessi e sanzioni, ed opera il successivo riversamento alle Province e Città metropolitane, applicando la misura del 5% o la diversa misura comunicata dall’ente impositore.

Per le annualità 2021 e successive, il TEFA e gli eventuali interessi e sanzioni sono versati dai contribuenti, secondo gli importi indicati dai Comuni, utilizzando gli appositi codici tributo istituiti con risoluzione dell’Agenzia delle entrate. La Struttura di gestione provvede al riversamento degli importi pagati con i codici tributo di cui al periodo precedente alla Provincia o Città metropolitana competente per territorio, in base al codice catastale del Comune indicato nel modello F24.

Il TEFA è riversato alle Province e Città metropolitane al netto della commissione spettante al Comune, nella misura dello 0,30% delle somme riscosse; non sono prese in considerazione percentuali diverse di tale commissione eventualmente deliberate, anche d’intesa, dagli enti coinvolti. La Struttura di gestione effettua distinti mandati in favore degli enti beneficiari, da accreditare sui conti di tesoreria unica aperti presso la Banca d’Italia, per gli enti che ne sono dotati.

Nei flussi informativi inviati alle Province e Città metropolitane sono inseriti gli estremi dei mandati di cui al comma 4 e le informazioni del prelievo sui rifiuti e del TEFA riscossi tramite F24 relativamente a ciascun Comune della Provincia o della Città metropolitana interessata.

Nei flussi informativi inviati ai comuni per rendicontare i versamenti del prelievo sui rifiuti riscosso tramite F24 sono inseriti i dati del TEFA trattenuto e riversato alle Province e Città metropolitane.

Secondo quanto previsto dall’art. 3 riguardante i versamenti effettuati mediante bollettino di conto corrente postale o altri strumenti di pagamento elettronici resi disponibili dagli enti impositori, al fine di assicurare il sollecito e corretto riversamento del TEFA, le Province e le Città metropolitane comunicano entro il 28 febbraio dell’anno di riferimento la misura del tributo adottata ai Comuni competenti per territorio.

I Comuni effettuano entro il 30 ottobre 2020 il riversamento delle somme, comprensive di interessi e sanzioni, dovute a titolo di TEFA e riferite al primo semestre dell’anno 2020.

Al termine di ciascun trimestre dell’anno, i Comuni, nel caso di versamenti, comprensivi di interessi e sanzioni, effettuati a decorrere dal 1° luglio 2020 provvedono al riversamento del tributo spettante alla Provincia o Città metropolitana competente per territorio, al netto della commissione riconosciuta al Comune nella misura dello 0,30% delle somme riscosse, entro il trentesimo giorno successivo alla scadenza del trimestre.

Per le somme riferite al secondo semestre 2020 il termine di riversamento è fissato al 28 febbraio 2021.

In ogni caso, i Comuni effettuano contestuale rendicontazione degli importi riversati e forniscono le informazioni del prelievo sui rifiuti alle Province e Città metropolitane.

Dal 2021 il TEFA e gli eventuali interessi e sanzioni sono versati dai contribuenti direttamente alle Province e alle Città metropolitane secondo gli importi indicati dai Comuni nel bollettino di conto corrente postale o negli altri strumenti di pagamento consentiti, secondo le specifiche tecniche rese disponibili con un successivo decreto che sarà emanato il 31 luglio 2020.

 

 

  1. Ripiano del disavanzo ex Decreto Cura Italia: ARCONET chiarisce

L’art. 111 comma 4 bis del DL n. 18/2020 (c.d. Decreto Cura Italia, convertito dalla Legge n. 27/2020, prevede che “Il disavanzo di amministrazione degli enti di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118, ripianato nel corso di un esercizio per un importo superiore a quello applicato al bilancio, determinato dall’anticipo delle attività previste nel relativo piano di rientro riguardanti maggiori accertamenti o minori impegni previsti in bilancio per gli esercizi successivi in attuazione del piano di rientro, non può essere applicato al bilancio degli esercizi successivi”.

Alla Commissione è stato chiesto se il disavanzo ripianato per un importo superiore a quello applicato al bilancio deve intendersi riferito solo a quello determinato nell’esercizio recedenti o a quello complessivamente determinato con riferimento a tutti gli esercizi precedenti considerati nel piano di rientro.

Secondo gli esperti di ARCONET (FAQ n. 40 del 1° luglio 2020), la norma citata, quando fa riferimento al disavanzo ripianato per un importo superiore a quello applicato al bilancio indica quello ripianato nel corso di un esercizio, intende riferirsi a quello precedente, per consentire agli enti, in sede di approvazione del bilancio di previsione, o di variazione del bilancio, di applicare come “Ripiano disavanzo” un importo ridotto del maggiore recupero, come definito dalla norma.

La norma detta la corretta modalità di determinazione del maggior recupero considerando solo quello che può essere riferito ai maggiori accertamenti o ai minori impegni previsti per l’attuazione del piano di rientro approvato. L’applicabilità della norma pertanto presuppone che gli enti abbiano approvato un piano di rientro che individui le attività da adottare annualmente e preveda i relativi maggiori accertamenti o minori impegni. Solo l’approvazione di un piano di rientro così dettagliato garantisce infatti la verifica dell’effettivo anticipo del recupero previsto e la sua determinazione.

La norma non si applica al ripiano del disavanzo da riaccertamento straordinario dei residui di cui all’art. 3, comma 7, del d.lgs. 118 del 2011, che non è correlato ad un piano di rientro.

 

 

  1. La cessione di quote di una partecipata richiede una procedura ad evidenza pubblica

La cessione da parte di un’amministrazione pubblica di una quota in una società partecipata da altri soggetti privati deve necessariamente avvenire tramite l’esperimento di procedure ad evidenza pubblica: è il principio ribadito dal TAR Veneto, sez. I, nella sent. 1° luglio 2020, n. 569, confermando quanto già affermato in passato dal Consiglio di Stato, sez. V, nella sent. 28 settembre 2016, n. 4014.

Peraltro, è direttamente il Testo Unico in materia di società a partecipazione pubblica (Decreto Legislativo n. 175/2016) a prevede che “L’alienazione delle partecipazioni è effettuata nel rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione. In casi eccezionali, a seguito di deliberazione motivata dell’organo competente ai sensi del comma 1, che dà analiticamente atto della convenienza economica dell’operazione, con particolare riferimento alla congruità del prezzo di vendita, l’alienazione può essere effettuata mediante negoziazione diretta con un singolo acquirente. È fatto salvo il diritto di prelazione dei soci eventualmente previsto dalla legge o dallo statuto” (art .10, comma 2).

Secondo i giudici veneti, l’obbligo di rispettare la regola dell’evidenza pubblica per l’alienazione delle quote sociali detenute in una società mista risponde ad un principio di ordine pubblico economico, presiedendo al rispetto dei generali principi di concorrenza, parità di trattamento e di non discriminazione fra i potenziali concorrenti.

 

 

  1. Aggiudicazione annullata: si procede con lo scorrimento della graduatoria

In ossequio ai cardini dell’effettività dei mezzi processuali e della celerità, economicità nonché del buon andamento della P.A., successivamente alla sentenza che ha annullato l’aggiudicazione precedente per un vizio dell’offerta proprio dell’impresa aggiudicataria, la stazione appaltante non ha affatto l’obbligo di rinnovare l’intera procedura a gara ma deve procedere allo scorrimento della graduatoria, nella quale l’operatore che ha impugnato l’originaria aggiudicazione si è classificata seconda, con offerta valutata come non anomala dall’Amministrazione: è quanto affermato dal TAR Abruzzo, L’Aquila, nella sent. 24 giugno 2020, n. 243, ribadendo un orientamento già espresso in passato dal Consiglio di Stato (cfr., ad esempio, sez. IV, sent. 20 aprile 2016, n. 1560; sent. 22 dicembre 2014, n. 6336; sez. III, sent. 19 dicembre 2011, n. 6638).

In sostanza, nelle gare indette per l’affidamento di appalti pubblici lo scorrimento della graduatoria dei concorrenti, di norma, costituisce oggetto di un vero e proprio obbligo della stazione appaltante, corrispondente al diritto del partecipante alla gara vittorioso nel giudizio di conseguire il “bene della vita” legittimamente spettante.

Numero 25 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 25 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. L’importanza della tempestività dei pagamenti
  2. Pagamento servizi educativi e scolastici e COVID-19: le indicazioni della Corte dei Conti
  3. L’ordinanza di sgombero di un’area stradale pubblica non è di competenza del Sindaco
  4. Un utile modesto è sufficiente a scongiurare l’anomalia nel servizio di fiscalità passiva

 

  1. L’importanza della tempestività dei pagamenti

La capacità di onorare tempestivamente i pagamenti afferenti le obbligazioni assunte dall’Ente ricopre importanza fondamentale, visto che il relativo ritardo potrebbe essere il sintomo palese di eventuali carenze dei flussi di cassa in entrata che si traducono potenzialmente nell’insufficiente o non corretta alimentazione dei flussi di uscita.

In più occasioni (cfr., ad esempio, la recente delib. n. 41/2020/PRSP della sez. reg. contr. per l’Emilia Romagna), a testimonianza del rilievo di tale aspetto anche in sede di controllo, la Corte dei Conti ha ribadito che il mancato rispetto dei termini di pagamento comporta, per il Comune, il dovere di individuare ed attuare misure specifiche finalizzate ad assicurare il tempestivo pagamento dei creditori e consente al creditore di ottenere, a carico del bilancio comunale, consistenti interessi legali di mora: ed infatti, il Decreto Legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, emanato in “Attuazione della direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali”, reca disposizioni che si applicano ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo nelle transazioni commerciali concluse a decorrere dal 1° gennaio 2013 (dovendosi intendere, per “transazioni commerciali”, i contratti, comunque denominati, tra imprese e PP.AA., che comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo).

L’importanza della tempestività dei pagamenti è stata ulteriormente ribadita dalla Direttiva 2011/7/UE, nella quale si evidenziano:

  • la necessità di “un passaggio deciso verso una cultura dei pagamenti rapidi” (considerando n. 12);
  • che i “ritardi di pagamento influiscono negativamente sulla liquidità e complicano la gestione finanziaria delle imprese. Essi compromettono anche la loro competitività e redditività quando il creditore deve ricorrere ad un finanziamento esterno a causa di ritardi nei pagamenti. Il rischio di tali effetti negativi aumenta considerevolmente nei periodi di recessione economica, quando l’accesso al finanziamento diventa più difficile” (considerando n. 3);
  • che i tardivi pagamenti rischiano di pregiudicare anche “il corretto funzionamento del mercato interno”, nonché “la competitività delle imprese e in particolare delle PMI”, valori che la direttiva, all’art. 1, eleva a suoi principali obiettivi.

Senza dimenticare, infine, che la tempestività dei pagamenti concorre al rispetto del buon andamento dell’azione amministrativa, valore espressamente richiamato dall’art. 97 della Costituzione.

 

 

  1. Pagamento servizi educativi e scolastici e COVID-19: le indicazioni della Corte dei Conti

La Corte dei Conti, sez. reg. di controllo per l’Umbria, con la delib. del 10 giugno 2020, n. 103, si è espressa sull’applicazione dell’art. 48 del DL 17 marzo 2020, n. 18 (Decreto Cura Italia), il cui comma 2 disponeva che “Durante la sospensione dei servizi educativi e scolastici e dei servizi sociosanitari e socioassistenziali di cui al comma 1 del presente articolo, le pubbliche amministrazioni sono autorizzate al pagamento dei gestori privati dei suddetti servizi per il periodo della sospensione, sulla base di quanto iscritto nel bilancio preventivo. Le prestazioni convertite in altra forma, previo accordo tra le parti secondo le modalità indicate al comma 1 del presente articolo, saranno retribuite ai gestori con quota parte dell’importo dovuto per l’erogazione del servizio secondo le modalità attuate precedentemente alla sospensione e subordinatamente alla verifica dell’effettivo svolgimento dei servizi. Sarà inoltre corrisposta un’ulteriore quota che, sommata alla precedente, darà luogo, in favore dei soggetti cui è affidato il servizio, ad una corresponsione complessiva di entità pari all’importo già previsto, al netto delle eventuali minori entrate connesse alla diversa modalità di effettuazione del servizio stesso. La seconda quota sarà corrisposta previa verifica dell’effettivo mantenimento, ad esclusiva cura degli affidatari di tali attività, delle strutture attualmente interdette, tramite il personale a ciò preposto, fermo restando che le stesse dovranno risultare immediatamente disponibili e in regola con tutte le disposizioni vigenti, con particolare riferimento a quelle emanate ai fini del contenimento del contagio da Covid-19, all’atto della ripresa della normale attività.”

Detto comma è stato oggetto di modifica dall’art. 109 del DL 19 maggio 2020, n. 34 (Decreto Rilancio), il cui nuovo testo dispone che “Durante la sospensione dei servizi educativi e scolastici e dei servizi sociosanitari e socioassistenziali di cui al comma 1, le pubbliche amministrazioni sono autorizzate al pagamento dei gestori privati dei suddetti servizi per il periodo della sospensione, sulla base delle risorse disponibili e delle prestazioni rese in altra forma. Le prestazioni convertite in altra forma, in deroga alle previsioni del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, previo accordo tra le parti secondo le modalità indicate al comma 1 del presente articolo, sono retribuite ai gestori con quota parte dell’importo dovuto per l’erogazione del servizio secondo le modalità attuate precedentemente alla sospensione e subordinatamente alla verifica dell’effettivo svolgimento dei servizi. E’ inoltre corrisposta un’ulteriore quota per il mantenimento delle strutture attualmente interdette che è ad esclusiva cura degli affidatari di tali attività, tramite il personale a ciò preposto, fermo restando che le stesse dovranno risultare immediatamente disponibili e in regola con tutte le disposizioni vigenti, con particolare riferimento a quelle emanate ai fini del contenimento del contagio da COVID-19, all’atto della ripresa della normale attività. Le pubbliche amministrazioni possono riconoscere, ai gestori, un contributo a copertura delle spese residue incomprimibili, tenendo anche in considerazione le entrate residue mantenute, dagli stessi gestori, a seguito dei corrispettivi derivanti dai pagamenti delle quote di cui al presente comma e di altri contributi a qualsiasi titolo ricevuti”.

L’art. 48, comma 2, nella sua versione iniziale, perciò, autorizzava le amministrazioni a pagare al privato due quote, con “una corresponsione complessiva di entità pari all’importo già previsto [in bilancio], al netto delle eventuali minori entrate” per il Comune, “previa verifica dell’effettivo mantenimento […] delle strutture”, nel rispetto delle disposizioni per il contenimento del Covid-19, senza alcun riferimento ai relativi costi sostenuti dal gestore.

La sostituzione dell’art. 48, operata dall’art. 109 del Decreto Rilancio autorizza ora le PP.AA. – durante la sospensione dei servizi educativi e scolastici nonché dei servizi sociosanitari e socioassistenziali – al pagamento dei gestori privati di tali servizi per tutto il periodo della sospensione, sulla base delle risorse disponibili e delle prestazioni rese in altra forma.

In sostanza, rispetto al testo previgente viene meno il riferimento agli importi di spesa iscritti nel bilancio preventivo.

Nell’ipotesi in cui le prestazioni siano convertite in altra modalità, in deroga alla normativa vigente sui contratti pubblici relativi ai lavori e servizi di cui al d.lgs. n. 50/2016 e previo accordo tra le parti, le stesse dovranno essere retribuite nei seguenti termini:

  1. quota parte dell’importo è dovuta per l’erogazione del servizio standard secondo le modalità attuate precedentemente alla sospensione e subordinatamente alla verifica dell’effettivo svolgimento dei servizi da parte del gestore;
  2. un’ulteriore quota è corrisposta per il mantenimento delle strutture interdette in modo tale che siano immediatamente disponibili ed in regola con le disposizioni vigenti all’atto della ripresa delle normali attività;
  3. è eventualmente riconosciuta al gestore, a copertura delle spese residue incomprimibili, una terza quota, ridotta, per compensazione, da eventuali “entrate residue mantenute, dagli stessi gestori, a seguito dei corrispettivi derivanti dai pagamenti” già incassati, cui non corrisponda la prestazione di servizio e da “altri contributi a qualsiasi titolo ricevuti”.

 

 

  1. L’ordinanza di sgombero di un’area stradale pubblica non è di competenza del Sindaco

Dinanzi ad abusive occupazioni di un’area stradale pubblica, l’art. 378 della Legge n. 2248/1865, All. F, attribuisce il potere di adozione dell’ordinanza di sgombero in linea generale al Prefetto, assegnandolo invece al Sindaco quando l’atto abbia ad oggetto opere comunali.

L’art. 107 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) ha, tuttavia, introdotto nell’ordinamento il principio in virtù del quale, con riferimento agli enti locali, l’adozione degli atti di natura gestionale spetta al dirigente, restando in capo agli organi di governo solo gli atti derivanti dall’esercizio del potere di indirizzo politico – amministrativo; ed infatti, detta disposizione recita che “1. Spetta ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli statuti e dai regolamenti. Questi si uniformano al principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo spettano agli organi di governo, mentre la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica è attribuita ai dirigenti mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo. 2. Spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell’ente o del direttore generale, di cui rispettivamente agli artt. 97 e 108”.

Il suddetto principio, recato dal TUEL (e dapprima anticipato dalla Legge n. 142/1990), è contenuto in una legge cronologicamente successiva all’art. 378 della Legge n. 2248/1865, ed è dunque idoneo a rideterminare le competenze previste nella norma più risalente, sulla base del noto principio per cui lex posterior derogat priori.

Al fine di stabilire se l’ordinanza ex art. 378 L. 2248/1865 sia ricompresa nella competenza del Sindaco o del dirigente, in applicazione dell’art. 107 TUEL, occorre dunque indagarne la natura di atto gestionale o di indirizzo politico.

Lo sgombero, volto alla riacquisizione all’uso originario di beni comunali alterati nel loro stato e nella loro destinazione, non configura un atto di indirizzo né di controllo politico – amministrativo, trattandosi invece, palesemente, di un atto di gestione: conseguentemente, esso dovrà ritenersi attribuito alla competenza del Dirigente.

Nemmeno può affermarsi, peraltro, che l’atto di sgombero rientri tra le ordinanze contingibili e urgenti che il D. Lgs. 267/2000 riserva al Sindaco in quanto ufficiale di governo (art. 54) o per fronteggiare emergenze sanitarie, ambientali et similia (art. 50 comma 5).

In tal senso si esprime l’orientamento più recente della giurisprudenza, secondo cui “Il Collegio condivide la giurisprudenza amministrativa alla luce della quale, anche con riguardo al potere specificamente previsto dal suddetto art. 378, non si vede come tale competenza possa dirsi non essersi trasferita in capo alla dirigenza comunale a seguito del principio introdotto dall’art. 107 del D. Lgs. n. 267 del 2000, che ha devoluto ai dirigenti l’adozione di tutti gli atti di gestione e dei provvedimenti amministrativi già spettanti agli organi di governo dell’ente, salvo le ipotesi ivi previste. L’esercizio del potere di cui all’art. 378 della legge n. 2248 del 1865, allegato F, da un lato, difatti, si qualifica come atto gestionale, a tutela dell’uso dei beni pubblici, scevro da profili di indirizzo e controllo politico-amministrativo, e come tale attribuito alla competenza generale della dirigenza comunale, dall’altro non rientra nelle ipotesi previste dagli indicati artt. 50, comma 3, e 54” (TAR Campania, Napoli, VIII, sent. 4 giugno 2019, n. 3020); “L’attività di sgombero di proprietà comunali spetta al dirigente anche se esercitata in applicazione dell’art. 378 L. 20 marzo 1865 n. 2248, il cui riferimento al Sindaco è da intendersi non più attuale a seguito della riforma della L. 8 giugno 1990 n. 142 e al D. Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, che ha comportato l’affermazione di un principio generale in ordine alla separazione delle funzioni, tra quelle d’indirizzo politico e quelle di gestione dell’amministrazione pubblica, riservate queste ultime alle figure amministrativo-dirigenziali” (TAR Lazio, Latina, I, sent. 8 novembre 2016, n. 703).

Pertanto, l’ordinanza ex art. 378 cit. rientra nella competenza del Dirigente ed è sottratta a quella del Sindaco (cfr. recentemente TAR Lombardia, Milano, sez. II, sent. 24 giugno 2020, n. 1184).

 

  1. Un utile modesto è sufficiente a scongiurare l’anomalia nel servizio di fiscalità passiva

L’oggetto dell’appalto del servizio di gestione della fiscalità passiva con remunerazione sul risparmio ottenuto, che va diffondendosi presso gli enti pubblici, risiede nell’ottimizzazione del risparmio fiscale.

Per l’operatore economico la valutazione sulla praticabilità dei risparmi è tutta da verificare nella fase della due diligence fiscale e poi da attuare fino all’effettivo conseguimento del risparmio; fino a quel momento, l’appaltatore eseguirà la propria prestazione senza percepire alcun corrispettivo: la possibilità di ottenere risparmi fiscali dipenderà, in parte, dalla sua abilità professionale e, in parte, dalla posizione fiscale dell’ente committente; ottenuto il risultato, l’appaltatore potrà remunerarsi con una percentuale sui risparmi procurati.

Come indicato in passato dalla giurisprudenza (cfr. TAR Abruzzo, Pescara, sent. 19 febbraio 2019, n. 549), il servizio di fiscalità passiva a favore di un ente locali consente di conseguire l’obiettivo di migliorare la gestione della propria contabilità, avvalendosi del know-how di imprese specializzate, piuttosto che esternalizzare parte dei servizi, al fine di ottenere un risparmio fiscale tramite una metodologia diversa e più vantaggiosa.

La peculiare conformazione del rapporto non può essere trascurata ai fini della valutazione di un’offerta sospetta di anomalia, poiché l’appalto può dare luogo a perdita di gestione per l’affidatario. Pertanto, secondo quanto affermato dal TAR Piemonte, sez. I, nella sent. 15 giugno 2020, n. 388, la verifica di anomalia non può essere condotta con i canoni usuali, se non quello consolidato per cui “anche un utile apparentemente modesto può comportare un vantaggio significativo, sia per la prosecuzione in sé dell’attività lavorativa, sia per la qualificazione, la pubblicità, il curriculum derivanti per l’impresa dall’essere aggiudicataria e aver portato a termine un appalto pubblico” (Consiglio di Stato, sez. III, sent. 17 giugno 2019, n. 4025).

 

Numero 24 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 24 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. L’aliquota IVA applicabile nel caso della manutenzione straordinaria di una discarica
  2. La difficile situazione finanziaria del Comune non esclude i controlli interni
  3. Sostituzione del revisore dimissionario prima dello spirare del termine di preavviso
  4. Il principio della rotazione non opera nel caso di ampia diramazione di inviti a partecipare

 

  1. L’aliquota IVA applicabile nel caso della manutenzione straordinaria di una discarica

È possibile applicare l’aliquota agevolata del 10% nel caso di manutenzione straordinaria di una discarica di rifiuti se i lavori sono ricompresi nell’ambito di un progetto di bonifica debitamente approvato, finalizzato alla realizzazione di opere qualificabili di per sé quali opere di urbanizzazione primaria o secondaria: è quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate nella recente risposta ad interpello n. 186 del 12 giugno 2020,

Ed infatti, come indicato dall’art. 242 del Codice dell’ambiente (Decreto Legislativo n. 152/2006), ove necessario intervenire per la bonifica di un sito, si procede con la redazione e l’approvazione di un progetto di bonifica o di messa in sicurezza oppure di ripristino, da parte di più soggetti pubblici riuniti in Conferenza dei servizi, come disposto dal comma 7 di tale articolo, ai sensi del quale la Regione, acquisito il parere del Comune e della Provincia interessati mediante apposita conferenza di servizi e sentito il soggetto responsabile, approva il progetto, con eventuali prescrizioni e integrazioni entro sessanta giorni dal suo ricevimento.

Queste previsioni, riconoscendo l’interesse collettivo all’attività di bonifica, integrano i presupposti affinché sia verificata la ratio incentivante del beneficio fiscale consistente nell’applicazione dell’aliquota IVA ridotta del 10%; tale aliquota è finalizzata a incentivare l’intera attività di bonifica dei siti inquinati, così che tutti i lavori di recupero funzionali a questo fine e risultanti dal progetto di bonifica debitamente autorizzato dalle autorità pubbliche competenti sono da ritenersi qualificabili, in senso lato, come “opere, costruzioni e impianti destinati alla bonifica”, ai sensi dell’art. 4, secondo comma, lettera g), della Legge n. 847/1964.

Corollario del ragionamento fin qui condotto è l’applicabilità dell’ordinaria aliquota IVA nel caso in cui l’attività di manutenzione straordinaria della discarica non venga effettuata nell’ambito di un progetto di bonifica.

Gli esperti dell’Agenzia hanno ricostruito dettagliatamente l’iter logico-giuridico che giustifica la soluzione fornita:

  • il n. 127-quinquies della Tabella A, Parte III, allegata al Decreto IVA (DPR n. 633/1972) prevede l’applicazione dell’aliquota IVA del 10%, fra l’altro, alle “opere di urbanizzazione primaria e secondaria elencate nell’articolo 4 della L. 29 settembre 1964, n. 847, integrato dall’articolo 44 della L. 22 ottobre 1971, n. 865 (…)“;
  • ai sensi del successivo n. 127-septies, l’aliquota ridotta del 10% è applicabile anche “alle prestazioni di servizi dipendenti da contratti di appalto relativi alla costruzione delle opere, degli impianti e degli edifici di cui al n. 127-quinquies“;
  • l’art. 4 della legge n. 847 del 1964, richiamato dal n. 127-quinquies, elenca le opere di urbanizzazione primaria e secondaria e, in particolare, il secondo comma di detto articolo ricomprende tra le opere di urbanizzazione secondaria, alla lettera g), “le attrezzature (…) sanitarie“;
  • secondo quanto previsto dall’art. 266, comma 1, del Codice dell’ambiente (Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152), “Nelle attrezzature sanitarie di cui all’articolo 4, comma 2, lettera g), della legge 29 settembre 1964, n. 847, sono ricomprese le opere, le costruzioni e gli impianti destinati (…) alla bonifica di aree inquinate“.

 

 

  1. La difficile situazione finanziaria del Comune non esclude i controlli interni

La difficile situazione finanziaria in cui versa il Comune non può costituire una giustificabile causa esimente dall’applicazione della disciplina in materia di controlli interni, la cui attivazione può fornire un significativo contributo per avviare una gestione improntata all’efficienza ed all’efficacia dell’azione complessiva di governo della cosa pubblica: è quanto affermato dalla Corte dei Conti, sez. reg. contr. per la Sicilia, nella delib. n. 67 del 10 giugno 2020, secondo cui la mancata realizzazione di un sistema di controlli interni incide negativamente sulla funzionalità generale della macchina amministrativa.

L’assenza del controllo di gestione e di un sistema di contabilità economica non rende praticabile l’indispensabile rilevazione di costi e ricavi dell’azione amministrativa, che consenta di valutare la corretta ed economica gestione delle risorse pubbliche e l’efficienza che deve improntare l’attività della Pubblica Amministrazione, misurandone l’andamento nel tempo e nello spazio.

Il controllo di gestione deve, infatti, essere svolto in relazione ai singoli servizi e centri di costo e deve verificare i mezzi finanziari acquisiti, i costi dei singoli fattori produttivi, i risultati qualitativi e quantitativi ottenuti e, per i servizi a carattere produttivo, l’ammontare dei ricavi. Il suo funzionamento consente, in generale, la misurazione del conseguimento degli obiettivi assegnati alla struttura burocratica, in assenza della quale risulta problematico erogare retribuzione di risultato o qualsivoglia forma di salario accessorio legato alla produttività, senza possedere gli strumenti per una misurazione oggettiva del grado di raggiungimento dei risultati.

La mancata attivazione di un sistema di contabilità economica, che supporti l’affidabilità del controllo di gestione, fornendo puntuali informazioni circa l’efficienza gestionale in termini di adeguato consumo di risorse, anche allorquando dovesse muovere i primi passi il controllo di gestione, rischia, inoltre, di ridurre tali attività a mero adempimento formale, vanificandone le finalità e frustrando un reale processo di programmazione e controllo dell’Ente.

Allo stesso modo, l’assenza del controllo strategico è lesiva delle disposizioni dell’art. 147-ter del TUEL, in quanto fa venir meno un indispensabile strumento di conoscenza della validità e percorribilità delle scelte adottate dai vertici politici comunali. Tale forma di controllo infatti determina ricadute positive in termini di verifica dei risultati conseguiti rispetto agli obiettivi prefissati, dei tempi di realizzazione rispetto alle previsioni, nonché della qualità dei servizi erogati alla collettività.

La mancata funzionalità del controllo strategico impedisce l’espletamento di quella funzione di monitoraggio da cui deve scaturire l’immediata adozione di idonei interventi correttivi di modifica della programmazione in relazione allo stato di realizzazione degli obiettivi ed alle risorse disponibili, determinando un vulnus rilevante per una consapevole scelta delle linee programmatiche realizzabili in seno all’Ente.

Parimenti rilevante ed ingiustificata è l’assenza del controllo sugli organismi partecipati, prescritto dall’art. 147-quater del TUEL, la cui attivazione comporta l’obbligo di effettuare monitoraggi periodici sull’andamento dei propri organismi partecipati per la verifica di eventuali scostamenti rispetto agli obiettivi assegnati, oltre che per evitare squilibri economico-finanziari rilevanti per il bilancio comunale, fornendo quindi uno strumento fondamentale di controllo direzionale.

Anche la mancanza di un controllo sulla qualità dei servizi priva l’Amministrazione della possibilità di costruire un modello di relazione interattiva con i cittadini-utenti, basato sulla capacità di fornire risposte tempestive e adeguate ai reali bisogni della popolazione e del tessuto produttivo locale attraverso la conoscenza delle loro esigenze ed aspettative, a prescindere da qualsiasi collegamento con l’esistenza o meno di documenti contabili aggiornati, cui invece risulta correlato il controllo sugli equilibri finanziari, anch’esso del tutto carente.

Infine, a testimonianza dell’importanza dei controlli interni, ricordiamo che il comma 4 dell’art. 148 del TUEL prevede che, nel caso in cui la Corte dei Conti rilevi l’assenza o l’inadeguatezza degli strumenti e delle metodologie di controllo, le sezioni giurisdizionali regionali della medesima Corte irrogano agli amministratori responsabili la condanna ad una sanzione pecuniaria da un minimo di cinque fino ad un massimo di venti volte la retribuzione mensile lorda dovuta al momento di commissione della violazione.

 

 

  1. Sostituzione del revisore dimissionario prima dello spirare del termine di preavviso

Nel caso di revisore dimissionario, l’Ente può procedere alla nuova nomina senza aspettare il decorso effettivo del termine di 45 giorni previsto per la prorogatio dell’incarico e come preavviso delle dimissioni: è quanto affermato dal Ministero dell’Interno, Dipartimento Finanza Locale, in un parere pubblicato lo scorso 11 giugno sul sito istituzionale (https://dait.interno.gov.it/pareri/98289).

Gli esperti del Ministero sono arrivati a tale conclusione analizzando le norme che disciplinano la nomina ed il rinnovo dell’organo di revisione economico-finanziaria degli enti locali.

Come è noto, detto organo, a norma dell’art. 235 del TUEL (Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n.267), dura in carica tre anni e, alla scadenza, può essere prorogato per non più di quarantacinque giorni, in virtù delle norme relative alla proroga degli organi amministrativi di cui agli artt. 2, 3 comma 1, 4 comma 1, 5 comma 1 e 6 del DL 16 maggio 1994, n. 293, convertito, con modificazioni, dalla Legge 15 luglio 1994, n. 444.

Al fine di consentire il rinnovo dell’organo di revisione entro il termine di scadenza dell’incarico, l’art. 5, comma 2, del Regolamento approvato con Decreto del Ministro dell’Interno n. 23/2012, ha previsto che gli enti locali debbano dare comunicazione di tale scadenza alla Prefettura della provincia di appartenenza almeno due mesi prima della scadenza stessa per permettere alla medesima Prefettura di procedere all’estrazione per tempo.

Secondo il Ministero dell’Interno, le disposizioni normative sopra menzionate non sono tra loro contrastanti: infatti la prorogatio è un istituto che può essere considerato a favore degli organi amministrativi, nel caso di scadenza dei termini naturali, ma non è un obbligo né occorre attendere il decorso effettivo dello stesso prima di procedere alla sostituzione dell’organo di revisione che, nel caso di specie, ha rassegnato le dimissioni poco prima la scadenza del mandato.

 

 

  1. Il principio della rotazione non opera nel caso di ampia diramazione di inviti a partecipare

Il principio della rotazione degli inviti e degli affidamenti, previsto dall’art. 36 comma 1 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016), non opera nel caso di ampia diramazione di inviti a partecipare: è quanto affermato dal TAR Marche, sez. I, nella sent. 15 giugno 2020, n. 385.

Nel caso specifico la stazione appaltante aveva avviato una gara ristretta, invitando i partecipanti alla precedente procedura negoziata (fra i quali rientrava anche il gestore uscente) e altri nuovi operatori individuati autonomamente, al fine di invitare più operatori possibili; secondo i giudici, sebbene in assenza di una procedura aperta (nell’ambito della quale il principio di rotazione risulterebbe inapplicabile), si può ritenere che l’ampia diramazione di inviti abbia comunque garantito un effetto concorrenziale sostanzialmente equivalente, essendo stato coinvolto un numero di operatori superiore a quello della precedente procedura, svolta attraverso avviso pubblico di manifestazione di interesse.

I giudici, inoltre, hanno ritenuto corretta la giustificazione comunque fornita dalla stazione appaltante in merito all’invito esteso anche al gestore uscente, basata sulla prestazione accettabile fornita nel precedente affidamento, con conseguente garanzia di affidabilità, che costituisce anche giustificazione plausibile secondo le linee guida ANAC n. 4 (punto 3.7).

 

Numero 23 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 23 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Dipendenti società in house: l’ente locale deve rimborsare i permessi per incarico elettorale
  2. Bilancio di previsione 2020-2022: le linee guida per il questionario del revisore
  3. Richiesta di parere firmata dal Vicesindaco: le indicazioni della Corte dei Conti
  4. Collegamento fra imprese: illegittima esclusione senza comunicazione avvio procedimento

 

  1. Dipendenti società in house: l’ente locale deve rimborsare i permessi per incarico elettorale

L’ente locale presso il quale svolgono incarico elettivo i dipendenti di una società in house deve provvedere al rimborso dei permessi retribuiti che sono stati fruiti dai primi in adempimento del munus pubblico e che restano così addossati, quali spese per il funzionamento degli organi politici, all’ente presso il quale il dipendente è chiamato a svolgere funzioni politiche: è il principio affermato dalla Corte di Cassazione, sez. I, nella sent. 11265/2020, depositata lo scorso 11 giugno.

Come è noto, l’art. 80 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede che gli oneri per i permessi retribuiti dei lavoratori dipendenti da privati o da enti pubblici economici sono a carico dell’ente presso il quale gli stessi lavoratori esercitano le funzioni pubbliche elettive (partecipazioni a consigli comunali, provinciali, metropolitani, delle comunità montane e delle unioni di comuni, nonché dei consigli circoscrizionali dei comuni con popolazione superiore a 500.000 abitanti). L’ente, su richiesta documentata del datore di lavoro, è tenuto a rimborsare quanto dallo stesso corrisposto, per retribuzioni ed assicurazioni, per le ore o giornate di effettiva assenza del lavoratore.

La ratio della norma è quella di tutelare l’esercizio delle funzioni pubbliche elettive da parte dei lavoratori-dipendenti senza gravare sulla patrimonialità dei datori di lavoro privati, a cui la norma riconosce il diritto ad essere ristorati degli oneri sostenuti.

I giudici della Cassazione, richiamati il citato art. 80 ed il principio civilistico del divieto di indebito arricchimento (art. 2041 c.c., secondo cui il soggetto che si avvantaggia della prestazione deve sopportare gli oneri economici), hanno evidenziato “il rilievo che deve essere accordato ai principi intesi a valorizzare autonomia e responsabilizzazione degli enti territoriali destinati a valere anche rispetto allo svolgimento dell’attività sociale, in regime di economicità, cui è tenuta la società in house”.

Secondo i giudici, inoltre, il principio enunciato trova ulteriore conferma nella distinzione soggettiva fra società in house ed ente partecipante e nella separazione dei rispettivi patrimoni.

 

 

  1. Bilancio di previsione 2020-2022: le linee guida per il questionario del revisore

Con la delib. n. 8/2020, la Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti ha approvato le linee guida per la redazione del questionario dell’organo di revisione sul bilancio di previsione 2020-2022.

Particolare attenzione è stata riservata alla verifica degli equilibri di bilancio, sotto diversi profili, valorizzando anche l’aspetto della cassa, atteso che gli squilibri di cassa sono un chiaro sintomo di una situazione critica che, se non fronteggiata prontamente, può condurre l’ente a non poter assicurare lo svolgimento dei servizi essenziali; ed infatti, è fondamentale assicurare che le misure legislative introdotte in fase emergenziale (le quali incidono inevitabilmente sulle entrate e le uscite dell’ente) non compromettano la tenuta degli equilibri di bilancio, anche prospettici.

Il questionario, come di consueto, dovrà essere compilato on line mediante l’applicativo Con.Te. (contabilità territoriale) ed è strutturato in una parte a risposta sintetica, in due sezioni a cui si accompagna l’Appendice per gli Enti cd. “terremotati” e un’ulteriore parte, denominata “Note”, in cui è possibile inserire, ad integrazione della relazione, elementi informativi aggiuntivi di carattere generale, commenti o altri dettagli informativi riferiti a specifici quesiti.

Anche al fine di permettere la comparabilità nel tempo dei dati acquisiti, la struttura del questionario è stata mantenuta conforme a quella dell’esercizio precedente, nell’ambito della quale le domande e i quadri contabili vengono modificati in coerenza con le novità nel frattempo intervenute.

La Corte ha, altresì, evidenziato i numerosi compiti riservati all’organo di revisione:

  • vigilare sul rispetto dei principi contabili, tenendo anche conto degli indirizzi interpretativi forniti dalla Sezione delle Autonomie in materia di contabilità armonizzata;
  • esprimere valutazioni in ordine all’efficacia delle politiche adottate ed alla qualità dei servizi resi dagli enti controllati;
  • svolgere la funzione informativa propedeutica allo svolgimento dei successivi controlli da parte della Corte;
  • garantire la correttezza e la tempestività dei flussi informativi che confluiscono nella BDAP e nelle altre banche dati pubbliche: si tratta, infatti, non già di meri adempimenti statistici, ma di strumenti di monitoraggio e controllo ai fini del coordinamento della finanza pubblica, atteso che le informazioni ivi presenti sono alla base delle decisioni di politica finanziaria. L’obiettivo cui si deve tendere, quindi, nella prospettiva dell’amministrazione digitale è la piena conformità dei dati inseriti con i documenti prodotti dai software gestionali dei singoli enti che sono oggetto di approvazione da parte degli organi di governo e consiliari; in tale contesto, spetta all’organo di revisione verificare la coerenza dei dati inseriti nel questionario con quelli indicati nel bilancio di previsione approvato e con gli omologhi dati trasmessi nel sistema BDAP – Bilanci Armonizzati.

Il sistema del questionario è distinto in due macro-funzioni: la parte “quesiti”, dedicata alle informazioni di carattere essenzialmente testuale (sez. da I a III); la parte “quadri contabili” (sez. IV), dedicata all’acquisizione di dati numerici, sviluppata per consentire la successiva gestione ed elaborazione degli stessi da parte del sistema informativo; quindi, lo schema di relazione-questionario presenta una parte “variabile”, recante “quesiti” relativi a informazioni di carattere qualitativo su profili gestionali potenzialmente idonei ad incidere sulla sana gestione economico-finanziaria dell’ente, accompagnata da una parte “fissa”, contenente “quadri contabili” destinati ad alimentare la predetta banca dati. Per gli enti colpiti da eventi sismici, in ragione della specifica analisi agli stessi dedicata, è presente una sezione ad hoc del questionario.

Inoltre, in ragione della complessità del quadro normativo in cui si inserisce l’attività di controllo inerente al periodo considerato, nel sito della Corte dei Conti (https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezAutonomie/SezAutCoordinamento) sarà resa disponibile una specifica Appendice Tecnica contenente, oltre al riepilogo della normativa che impatta sul bilancio di previsione 2020-2022, anche le precisazioni e gli approfondimenti di interesse.

In ogni caso, le Sezioni regionali di controllo potranno effettuare le necessarie integrazioni istruttorie, laddove i canali informativi sopra richiamati non siano adeguatamente alimentati dagli enti e quando ne ravvisino la necessità per ulteriori approfondimenti.

Il testo delle linee guida ed il relativo questionario possono essere consultati al seguente link: https://www.corteconti.it/HOME/StampaMedia/ComunicatiStampa/DettaglioComunicati?Id=efbff23e-973b-418a-aa86-f892ab991b5d

 

 

  1. Richiesta di parere firmata dal Vicesindaco: le indicazioni della Corte dei Conti

Il Vicesindaco può presentare una richiesta di parere alla Corte dei Conti in luogo del Sindaco ma devono essere indicate espressamente le circostanze di cui all’art. 53 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000), ossia impedimento permanente o temporaneo, decadenza o decesso del Sindaco, che legittimano l’esercizio delle funzioni vicarie: è il principio di diritto espresso dalla Sezione Autonomie della Corte dei Conti con la delib. n. 11/2020/QMIG.

In precedenza si erano registrate tesi non univoche sulla questione.

Un primo orientamento aveva affermato la necessità dell’evidenza, nella richiesta del parere, delle circostanze di cui all’art. 53 che rendevano impossibile la richiesta diretta da parte del Sindaco (si vedano, tra le altre: Corte dei Conti, sez. reg. contr. Lombardia, delib. n. 177/2019 e n. 236/2018; sez. reg. contr. Basilicata, delib. n. 58/2019), al fine di poter preliminarmente imputare effettivamente la richiesta di parere all’ente.

Una seconda tesi ha ammesso la legittimazione del Vicesindaco a condizione che le ragioni dell’impedimento del Sindaco fossero documentate o risultanti da fatti notori (sez. reg. contr. Campania, delib. n. 297/2016 e sez. reg. contr. Veneto, delib. n. 242/2018).

Un orientamento ulteriore, invece, ha ritenuto legittimato il Vicesindaco in funzione di quanto espressamente previsto dall’art. 53, comma 2, del TUEL: poiché la supplenza del Vicesindaco è una regola generale che discende direttamente dalla Legge, la richiesta di parere avanzata dal detto sostituto deve ritenersi presuntivamente posta nel rispetto delle condizioni previste dalla norma, senza ulteriori necessità specificative o documentative (sez. reg. contr. Lombardia, delib. n. 218/2014, che trova conferma anche nella giurisprudenza amministrativa, come indicato dal TAR Bolzano, Trentino-Alto Adige, sez. I, sent. n. 129/2019).

La Sezione delle Autonomie ha escluso la presunzione della vicarietà “quando si tratta di decidere circa il requisito soggettivo di ammissibilità della richiesta di parere, in quanto la tutela dell’esigenza di continuità nell’azione amministrativa dell’ente locale investe un aspetto diverso e, per così dire, “esterno” alla funzione consultiva di questa Corte, rispetto alla necessità che la circostanza che abilita alla sostituzione del sindaco, e quindi la “vicarietà” dell’esercizio delle di lui funzioni, venga esplicitamente indicata nella richiesta di parere”: in altri termini, il vicario (Vicesindaco) deve esplicitare l’esistenza delle condizioni che lo abilitano all’esercizio delle funzioni in luogo del Sindaco.

 

  1. Collegamento fra imprese: illegittima esclusione senza comunicazione avvio procedimento

L’art. 80, comma 5, lettera m), del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016) prevede l’esclusione dalla gara dell’operatore economico si trovi rispetto ad un altro partecipante alla medesima procedura di affidamento, in una situazione di controllo di cui all’art. 2359 del codice civile o in una qualsiasi relazione, anche di fatto, se la situazione di controllo o la relazione comporti che le offerte sono imputabili ad un unico centro decisionale.

Secondo il TAR Emilia Romagna, Parma, sent. 28 maggio 2020, n. 103, la stazione appaltante, in tali circostanze, esercita valutazioni discrezionali circa l’esistenza di indici da cui dedurre il collegamento fra imprese: di conseguenza, prima di procedere all’esclusione, è necessario, al fine di compiere una adeguata istruttoria in merito, comunicare l’avvio del procedimento, consentendo al partecipante interessato di presentare osservazioni e documenti utili a dimostrare le proprie ragioni.

Ricordiamo che si tratta di una conferma di un orientamento già noto: infatti, in precedenza era stato già affermato che “Ove […] gli indizi di collegamento sostanziale emergano con evidenza già dell’esame della domanda di partecipazione, la stazione appaltante ha l’obbligo di darne immediata comunicazione ai partecipanti per stimolare sul punto il contraddittorio procedimentale senza procedere oltre nella valutazione dell’offerta tecnica” (TAR Piemonte, sez. I, sent. n. 414/2019).

 

 

 

Numero 22 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 22 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Imposta di soggiorno: il ruolo del gestore della struttura ricettiva con il Decreto Rilancio
  2. Rendiconto 2019: le linee guida della Corte dei Conti per il questionario del revisore
  3. Gettone di presenza unico anche se la seduta di Consiglio si prolunga oltre la mezzanotte
  4. La violazione del principio di unicità dell’offerta può comportare l’esclusione dalla gara

 

 

  1. Imposta di soggiorno: il ruolo del gestore della struttura ricettiva dopo il Decreto Rilancio

L’art. 180 del Decreto Rilancio (DL 19 maggio 2020, n. 34) ha introdotto una novità (non collegata all’emergenza epidemiologica in atto e, quindi, non transitoria) sul ruolo del titolare della struttura ricettiva nella gestione dell’imposta di soggiorno.

La norma citata, infatti, dispone l’inserimento del comma 1 bis all’art. 4 del Decreto Legislativo n. 23/2011 (Disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale), secondo cui il gestore della struttura ricettiva è responsabile:

  • del pagamento dell’imposta di soggiorno (nonché del contributo di soggiorno, previsto per Roma), con diritto di rivalsa sui soggetti passivi (vale a dire, sugli ospiti della struttura);
  • della presentazione della dichiarazione;
  • nonché degli ulteriori adempimenti previsti dalla legge e dal regolamento comunale (quest’ultimo, peraltro, da modificare per renderlo coerente con la modifica legislativa in discorso).

La dichiarazione deve essere presentata cumulativamente ed esclusivamente in via telematica entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si è verificato il presupposto impositivo, secondo le modalità che dovranno essere approvate con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, da emanare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del Decreto Rilancio (ossia, dal 19 maggio 2020).

Per l’omessa o infedele presentazione della dichiarazione da parte del responsabile si applica la sanzione amministrativa dal 100% al 200% dell’importo dovuto; per l’omesso, ritardato o parziale versamento dell’imposta di soggiorno si applica una sanzione amministrativa di cui all’art. 13 del Decreto Legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, ossia una sanzione pari al 30% del mancato pagamento, ridotta della metà se il pagamento avviene entro 90 giorni.

In sintesi, perciò, la posizione del gestore della struttura ricettiva non è più qualificabile come agente contabile tenuto alla resa del conto, ruolo riconosciuto dalla giurisprudenza in numerose occasioni (cfr., ad esempio, Corte di Cassazione, sent. n. 19925 del 9 maggio 2019; Corte dei Conti, sez. giurisd. Toscana, sent. 13 gennaio 2020, n. 15), ma come responsabile del pagamento, con diritto di rivalsa nei confronti dell’ospite della struttura.

 

  1. Rendiconto 2019: le linee guida della Corte dei Conti per il questionario del revisore

Con la delib. n. 9/2020, la Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti ha approvato le linee guida per la redazione del questionario da parte degli organi di revisione sul rendiconto per l’esercizio 2019 (https://www.corteconti.it/HOME/StampaMedia/ComunicatiStampa/DettaglioComunicati?Id=efbff23e-973b-418a-aa86-f892ab991b5d).

Tra le materia di maggior attenzione, segnaliamo i seguenti: analisi sul risultato d’amministrazione; stato dell’indebitamento; equilibri di cassa, inscindibilmente collegati al mantenimento di quelli finanziari complessivi; modalità di ripiano delle varie componenti del disavanzo; anticipazioni di liquidità; corretta costruzione del fondo pluriennale vincolato; adeguatezza degli accantonamenti al fondo crediti di dubbia esigibilità.

Anche al fine di permettere la comparabilità nel tempo dei dati acquisiti, la struttura del questionario è stata mantenuta conforme a quella dell’esercizio precedente, nell’ambito della quale le domande e i quadri contabili vengono modificati in coerenza con le novità nel frattempo intervenute.

Il sistema del questionario è distinto in due macro-funzioni:

  • la parte “quesiti”, dedicata alle informazioni di carattere essenzialmente testuale, compilabile mediante fogli di lavoro;
  • la parte “quadri contabili”, dedicata all’acquisizione di dati numerici, sviluppata per consentire la successiva gestione ed elaborazione degli stessi da parte del sistema informativo.

Quindi, lo schema di relazione-questionario presenta:

  • una parte “fissa”, contenente “quadri contabili”;
  • una parte “variabile”, recante “quesiti” relativi a informazioni di carattere qualitativo su profili gestionali potenzialmente idonei ad incidere sulla sana gestione economico-finanziaria dell’ente.

Nella consueta ottica di semplificazione e razionalizzazione dei questionari finalizzata ad alleggerire l’onere informativo, anche per l’esercizio 2019 non sono richiesti i dati quantitativi del personale, le informazioni generali sul rispetto dei saldi di finanza pubblica ed i dati di natura contabile sugli organismi partecipati. La scelta è spiegabile tenuto conto che si tratta di dati facilmente reperibili tramite il sistema conoscitivo del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche – SICO, la banca dati della Ragioneria Generale dello Stato – IGEPA, l’applicativo “Partecipazioni” del Dipartimento del Tesoro.

Comunque, le sezioni regionali di controllo della Corte potranno effettuare le necessarie integrazioni istruttorie, laddove i canali informativi sopra richiamati non siano adeguatamente alimentati dagli enti e quando ne ravvisino la necessità per il compiuto esercizio delle proprie competenze.

 

 

  1. Gettone di presenza unico anche se la seduta di Consiglio si prolunga oltre la mezzanotte

Nel caso in cui la seduta consiliare si prolunghi oltre la mezzanotte, ai componenti del Consiglio Comunale non spetta il doppio gettone di presenza: è quanto ha affermato la Corte dei Conti, sez. reg. contr. Friuli Venezia Giulia, nella delib. n. 10/2020/PAR, depositata il 28 febbraio 2020.

Al riguardo, è utile evidenziare che l’art. 82, comma 2, del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede che i consiglieri comunali hanno diritto ad un gettone di presenza per la partecipazione a consigli e commissioni, ossia un riconoscimento economico per l’esercizio di un’importante funzione di interesse pubblico e non certamente una retribuzione per un’attività svolta.

Tanto precisato, secondo i giudici, l’unico presupposto per la spettanza e la quantificazione dell’indennità non può che essere la partecipazione alla seduta dell’organo consiliare nell’ambito della quale viene esercitata la funzione, indipendentemente dalla durata della seduta nel tempo. Pertanto, accedere a un’interpretazione diversa della norma regolatrice della fattispecie ora in esame, secondo cui allo scoccare della mezzanotte maturerebbe un’ulteriore indennità di presenza, equivarrebbe ad affermare un’impropria concezione “cottimistica” delle attività consiliari, in relazione alle quali l’indennità di presenza andrebbe a retribuire il tempo effettivamente impiegato e non a riconoscere l’importanza della funzione svolta.

 

 

  1. La violazione del principio di unicità dell’offerta può comportare l’esclusione dalla gara

L’art. 32, comma 4, del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016) prevede che “ciascun concorrente non può presentare più di un’offerta”, con la conseguenza che la violazione di tale principio comporta l’esclusione dalla gara laddove il bando non abbia previsto la possibilità di presentare una pluralità di offerte: è quanto ribadito dal TAR Lombardia, Milano, sez. II, nella sent. 25 maggio 2020, n. 928.

Il principio di unicità dell’offerta, che impone agli operatori economici di presentare una sola proposta tecnica ed una sola proposta economica, al fine di conferire all’offerta un contenuto certo ed univoco, è posto a presidio: del buon andamento, dell’economicità e della certezza dell’azione amministrativa (per evitare che la stazione appaltante sia costretta a valutare plurime offerte provenienti dal medesimo operatore economico, tra loro incompatibili, e che perciò venga ostacolata nell’attività di individuazione della migliore offerta) e della tutela della par condicio dei concorrenti, poiché la pluralità delle proposte attribuirebbe all’operatore economico maggiori possibilità di ottenere l’aggiudicazione o, comunque, di ridurre il rischio di vedersi collocato in posizione deteriore, a scapito dei concorrenti fedeli che hanno presentato una sola e univoca proposta corrispondente alla prestazione oggetto dell’appalto.

La presentazione di un’unica offerta capace di conseguire l’aggiudicazione, infatti, è il frutto di un’attività di elaborazione nella quale ogni impresa affronta il rischio di una scelta di ordine tecnico, che la stazione appaltante rimette alle imprese del settore, ma che comporta una obiettiva limitazione delle possibilità di vittoria (cfr., ex plurimis, Consiglio di Stato, sez. V, sent. 14 settembre 2010, n. 6695; TAR Piemonte, sez. I, sent. 11 febbraio 2019, n. 193).

Alla luce di quanto sopra, dunque, la possibilità di presentare una pluralità di offerte o offerte alternative, comportando l’opportunità di sfruttare una pluralità di opzioni, non potrebbe mai essere accordata o riservata ad una sola impresa concorrente, ma dovrebbe comunque essere garantita a tutte le partecipanti in nome della par condicio e, pertanto, prevista e regolata nella lex specialis.

Numero 21 – Anno 2020

Leggi e scarica il Numero 21 Anno 2020 in formato PDF Visualizza PDF »
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Proroga concessioni demaniali marittime e imposta di registro
  2. Decreto Rilancio: anticipo liquidità EE.LL.
  3. Accesso dei consiglieri: eccessivo il rilascio della password al sistema contabile dell’Ente
  4. Esclusa l’ultrattività della polizza provvisoria nelle gare di appalto

 

  1. Proroga concessioni demaniali marittime e imposta di registro

Con l’art. 1, commi da 675 a 683, della Legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021), il legislatore ha previsto una revisione del sistema delle concessioni demaniali marittime; nelle more che venga attuata tale revisione, il comma 682 ha disposto una proroga di quindici anni delle concessioni demaniali marittime di cui all’art. 1, comma 1, del DL 5 ottobre 1993, n. 400 (convertito con modificazioni dalla Legge 4 dicembre 1993, n. 494), vigenti alla data del 1° gennaio 2019.

Per effetto di tale disposizione legislativa, dunque, la validità delle concessioni demaniali marittime, già prorogate fino al 31 dicembre 2020 (cfr. Legge 26 febbraio 2010, n. 25, di conversione del DL 30 dicembre 2009, n. 194 e Legge 17 dicembre 2012, n. 221, di conversione del DL 18 ottobre 2012, n. 179), è stata estesa fino al 31 dicembre 2033.

Già in passato, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 25 ottobre 2001, n. 166/E, aveva affermato che rientrano nell’ambito delle concessioni tutti gli atti della Pubblica Amministrazione, comunque denominati, con i quali viene consentito, da parte della medesima, l’uso di beni appartenenti al demanio e che la locuzione “beni demaniali” deve essere intesa in senso lato, dovendosi far rientrare in detta espressione tutti i beni del patrimonio dello Stato e degli enti pubblici territoriali, inconsiderazione della posizione di supremazia che tali soggetti assumono rispetto ai privati nel consentirne loro uso.

Con riferimento all’applicazione dell’imposta di registro applicabile agli atti di proroga delle concessioni demaniali, secondo quanto affermato dall’Agenzia nella risposta ad interpello n. 157 del 28 maggio 2020, occorre far riferimento al combinato disposto di cui agli articoli 45 del TUR (DPR n. 131/1986 – Approvazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro) e 5 della Tariffa, parte prima, allegata allo stesso TUR, secondo cui la base imponibile è costituita dall’ammontare del canone; conseguentemente, l’atto di proroga della concessione di bene demaniale marittimo da parte del Comune è sottoposto all’imposta di registro corrisposta con aliquota del 2 per cento, ai sensi dell’art. 5, comma 2, della Tariffa, parte prima, allegata al TUR, ed applicata sulla base imponibile costituita dall’ammontare complessivo dei canoni pattuiti per l’intera durata della concessione.

 

 

  1. Decreto Rilancio: anticipo liquidità EE.LL.

Sulla G.U. n. 128 del 19 maggio 2020 è stato pubblicato il Decreto Rilancio (DL 19 maggio 2020, n. 34), contenente Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19.

L’art. 115, in particolare, prevede l’istituzione di un fondo presso il MEF, denominato Fondo di liquidità per il pagamento dei debiti commerciali degli enti territoriali, che sarà gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, sulla base di una convenzione da adottare entro la prima metà del mese di giugno.

L’art. 116, collegato al precedente, consente agli EE.LL. (nonché alle Regioni e alle Province Autonome) che, anche in ragione dell’emergenza epidemiologica in atto, si ritrovano in carenza di liquidità, di accedere al fondo di cui all’art. 115 per il pagamento dei debiti certi, liquidi ed esigibili al 31 dicembre 2019, relativi a somministrazioni, forniture, appalti e a obbligazioni per prestazioni professionali: in sintesi, la Giunta, con una propria deliberazione, potrà richiedere alla Cassa l’anticipazione necessaria per tali pagamenti, dal prossimo 15 giugno e fino al 7 luglio 2020, allegando una dichiarazione del legale rappresentante dell’ente, contenente l’elenco dei debiti da pagare, redatta utilizzando il modello generato dalla piattaforma elettronica per la gestione telematica del rilascio delle certificazioni dei debiti della P.A. (di cui all’art. 7, comma 1, del DL  8 aprile 2013, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla Legge 6 giugno 2013, n. 64) e l’attestazione di copertura finanziaria delle spese concernenti il rimborso delle rate di ammortamento, verificata dall’organo di controllo di regolarità amministrativa e contabile.

L’anticipazione sarà concessa entro il 24 luglio ed i pagamenti dovranno essere effettuati entro 30 giorni dall’accredito della somma, pena la responsabilità disciplinare dei dirigenti interessati; la restituzione avverrà entro un arco temporale massimo di 30 anni, a rate costanti, con inizio nel 2022, entro il 31 ottobre di ogni anno, con tasso di interesse pari all’1,226%.

 

 

 

 

 

 

 

  1. Accesso dei consiglieri: eccessivo il rilascio della password al sistema contabile dell’Ente

Come è noto, il diritto di accesso dei consiglieri comunali, disciplinato dall’art. 43 comma 2 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000), è estremamente ampio e consente di ottenere dagli uffici tutte le notizie e le informazioni in possesso, utili all’espletamento del mandato.

Gli unici limiti che tale diritto incontra sono tre:

  • l’obbligo al segreto, nei casi specificamente determinati dalla legge;
  • l’esercizio deve comportare il minor aggravio possibile per gli uffici comunali;
  • le richieste non devono essere assolutamente generiche ovvero meramente emulative, fermo restando, tuttavia, che la sussistenza di tali caratteri deve essere attentamente e approfonditamente vagliata in concreto, al fine di non introdurre surrettiziamente inammissibili limitazioni al diritto stesso (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, sent. 5 settembre 2014, n. 4525; TAR Toscana, sez. I, sent. 28 gennaio 2019, n. 133).

In diverse occasioni la giurisprudenza (cfr., Consiglio di Stato, sez. V, sent. 8 giugno 2018, n. 3486; (TAR Basilicata, sez. I, sent. 10 luglio 2019, n. 599; TAR Campania, Salerno, sez. II, sent. 4 aprile 2019, n. 545; TAR Sardegna, sez. I, sent. 4 aprile 2019, n. 317) ha riconosciuto la possibilità per il consigliere di avere accesso diretto, ai soli fini informativi, al sistema informatico interno e contabile dell’ente, attraverso l’uso di apposite password, proprio al fine di evitare che le continue richieste di accesso si potessero trasformare in un aggravio dell’ordinaria attività amministrativa dell’ente locale.

Recentemente, però, la giurisprudenza di primo grado sembra aver cambiato opinione: il TAR Sicilia, Catania, sez. I, nella sent. 4 maggio 2020, n. 926, ha affermato che il rilascio delle credenziali per l’accesso al programma di gestione contabile, in definitiva, consentirebbe ai consiglieri comunali di accedere alla generalità indiscriminata dei documenti relativi alla contabilità dell’Ente in mancanza di apposita istanza; tale forma di accesso “diretto” si risolverebbe in un monitoraggio assoluto e permanente sull’attività degli uffici, tale da violare la ratio dell’istituto, che, così declinato, eccederebbe strutturalmente la sua funzione conoscitiva e di controllo in riferimento ad una determinata informazione e/o ad uno specifico atto dell’ente, siccome ritenuti strumentali al mandato politico, per appuntarsi, a monte, sull’esercizio della funzione propria della relativa area e sulla complessiva attività degli uffici, con finalità essenzialmente esplorative, che eccedono dal perimetro delle prerogative attribuite ai consiglieri (TAR Molise, sez. I, sent. 3 settembre 2019, n. 285).

Secondo i giudici catanesi, perciò, il diritto di accesso dei consiglieri comunali non può estendersi fino a configurare “[…] un sindacato generalizzato dell’attività degli organi decidenti, deliberanti e amministrativi dell’Ente […]” in luogo di esercizio del mandato politico “[…] finalizzato ad un organico progetto conoscitivo in relazione a singole problematiche […]” (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, sent. 12 febbraio 2013, n. 846; sez. V, sent. 2 marzo 2018, n. 1298 e TAR Sardegna, sez. I, sent. 13 febbraio 2019, n. 128).

Quanto al rilascio delle credenziali per l’accesso al programma di protocollo informatico, il TAR Catania ritiene si tradurrebbe in un accesso generalizzato e indiscriminato a tutti i dati della corrispondenza in entrata e uscita (TAR Toscana, sez. I, sent. 22 dicembre 2016, n. 1844) e si rivelerebbe sproporzionato rispetto alle esigenze conoscitive sottese: in altri termini, la modalità informatica di accesso (il “quomodo”) appare eccessiva rispetto allo scopo perseguito.

 

 

  1. Esclusa l’ultrattività della polizza provvisoria nelle gare di appalto

Come è noto, l’art. 93 comma 5 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016) prescrive per la garanzia provvisoria un’efficacia minima di 180 giorni dalla data di presentazione dell’offerta. Rientra, altresì, nella discrezionalità della stazione appaltante richiedere, tramite il bando o la lettera di invito, una garanzia con termine di validità maggiore o minore, in relazione alla durata presumibile del procedimento; parimenti, è facoltà della stazione appaltante prescrivere che l’offerta sia corredata dall’impegno del garante a rinnovare la garanzia, su richiesta, nel corso della procedura, per la durata indicata nel bando, nel caso in cui al momento della sua scadenza non sia ancora intervenuta l’aggiudicazione.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente delicato: infatti, come affermato dal Consiglio di Stato, sez. III, nella sent. 19 maggio 2020, n. 3190, se la stazione appaltante non richiede il rinnovo della garanzia provvisoria qualora alla data dell’originaria scadenza non si sia verificata l’aggiudicazione, deve escludersi l’ultrattività della garanzia, rimanendo valido il termine di scadenza originariamente previsto. Tale principio è coerente anche con la circostanza che la garanzia provvisoria coinvolge non solo la stazione appaltante ed il partecipante alla gara ma anche il soggetto terzo che la presta, il quale ha fornito il proprio assenso a fungere da garante nei limiti temporali inizialmente previsti.

Ne consegue che, mentre per l’offerta può valere il principio dell’ultrattività, nel caso della fideiussione è necessario che il terzo garante disponga il rinnovo della garanzia a seguito di formale richiesta da parte della stazione appaltante: conseguentemente, è onere di quest’ultima, in corso di gara, richiedere al garante l’estensione temporale della garanzia nel caso in cui alla scadenza non sia ancora intervenuta l’aggiudicazione, così come previsto dal Codice dei contratti pubblici.