Il nuovo schema per la fatturazione elettronica: le osservazioni critiche del Garante della privacy

 

Con il parere n. 133 del 9 luglio, il Garante della privacy ha espresso il proprio parere sullo schema di provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate concernente Regole tecniche per l’emissione e la ricezione delle fatture elettroniche per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti e stabiliti nel territorio dello Stato e per le relative variazioni, formulando osservazioni critiche che è opportuno evidenziare.

Lo schema di provvedimento introduce, in sintesi, talune modifiche al vigente provvedimento del Direttore dell’Agenzia del 30 aprile 2018, volte a definire le nuove modalità con cui l’Agenzia memorizzerà e renderà disponibili, al proprio personale e alla Guardia di finanza, i file xml delle fatture elettroniche:

  • la memorizzazione dei c.d. “dati fattura integrati” che, in aggiunta alle informazioni già memorizzate nell’ambito dei c.d. “dati fattura”, contengono ulteriori dati utili ai fini fiscali, ivi compresi quelli relativi a natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi oggetto dell’operazione (ovvero la descrizione dell’oggetto della fattura), che potranno essere trattati unicamente dal personale delle strutture centrali dell’Agenzia per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio e di promozione dell’adempimento spontaneo di cui all’art. 1, commi 634 e seguenti, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 e di controllo ai fini fiscali (punti 1.2. e 10.2);
  • l’utilizzo dei file xml delle fatture, da parte del personale centrale e delle strutture territoriali dell’Agenzia delle entrate specificatamente autorizzato, nell’ambito delle attività istruttorie connesse all’esecuzione dei rimborsi; all’esercizio dei poteri di controllo in generale; all’espletamento degli accessi, ispezioni e verifiche; al controllo formale delle dichiarazioni; al controllo preventivo sulle dichiarazioni presentate mediante modello 730 con esito a rimborso;
  • la stipula di una convenzione con la Guardia di finanza per la messa a disposizione dei file delle fatture elettroniche e dei “dati fattura integrati” per le attività di polizia economica e finanziaria.

Annualmente risultano essere emesse complessivamente circa 2 miliardi di fatture che, di regola, contengono dati, anche molto di dettaglio, volti ad individuare – spesso a soli fini di garanzia, assicurativi o per prassi commerciali – i beni e i servizi ceduti, con la descrizione delle prestazioni, i rapporti fra cedente e cessionario e altri soggetti, riferiti anche a sconti applicati, fidelizzazioni, abitudini di consumo, oltre a dati obbligatori imposti da specifiche normative di settore, con particolare riguardo ai trasporti, alle forniture di servizi energetici o di telecomunicazioni (tipologie dei consumi, fatturazione dettagliata, regolarità dei pagamenti, appartenenza a particolari categorie di utenti). La presenza, all’interno dei file delle fatture elettroniche, di ulteriori dati, utili alla gestione del ciclo attivo e passivo degli operatori, ma non rilevanti a fini fiscali (come, ad esempio, quelli contenuti negli allegati), è peraltro espressamente contemplata nello schema di provvedimento.

Il Garante ha osservato che, nel dare attuazione alla predetta disposizione, lo schema prevede, senza effettuare alcuna distinzione tra tipologie di dati o categorie di interessati, la memorizzazione e l’utilizzo dei file delle fatture elettroniche che contengono i dati inerenti la natura, qualità e quantità dei beni e servizi oggetto dell’operazione, estendendo così tanto l’oggetto della memorizzazione, quanto l’ambito di utilizzazione dei dati presenti nella fattura elettronica.

Non vengono escluse neppure alcune tipologie di dati (quali quelli non rilevanti a fini fiscali o quelli inerenti la descrizione delle prestazioni fornite, suscettibili di comprendere anche dati appartenenti a categorie particolari o l’eventuale sottoposizione dell’interessato a procedimenti penali, come per le fatture relative a prestazioni in ambito forense, né i codici fiscali dei consumatori (quantomeno per fatture relative a spese non detraibili).

Secondo il garante, la previsione della memorizzazione e dell’utilizzazione, senza distinzione alcuna, dell’insieme dei  dati personali contenuti nei file delle fatture elettroniche, anche laddove si assicurino elevati livelli di sicurezza e accessi selettivi, risulta sproporzionata in uno stato democratico, per quantità e qualità delle informazioni oggetto di trattamento, rispetto al perseguimento del legittimo obiettivo di interesse pubblico di contrasto all’evasione fiscale perseguito; ciò pur tenendo conto che, allo stato, le spese sanitarie trasmesse attraverso il sistema TS sono escluse da tale previsione.

In sintesi, perciò, il Garante ha affermato che lo schema di provvedimento esaminato disciplini un trattamento di dati che, senza distinzione alcuna tra tipologie di informazioni o categorie di interessati e dati personali di dettaglio, anche ulteriori rispetto a quelli necessari a fini fiscali, relativi alla totalità della popolazione, non proporzionato all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito, non individuando, in ossequio ai principi di privacy by design e by default, misure di garanzia adeguate per assicurare la protezione dei dati.

 

Tassazione di emolumenti arretrati derivanti dal fondo risorse decentrate

La tassazione separata di cui all’art. 17 comma 1 lett. b) del TUIR (DPR n 917/1986) opera anche nel caso di emolumenti riferiti ad anni precedenti rispetto a quello di corresponsione e derivanti dalla distribuzione del fondo risorse decentrate: è quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate con la risposta ad interpello n. 177 del 10 giugno 2020 (nel caso specifico, si trattava di emolumenti riferiti all’anno 2018, corrisposti nel periodo d’imposta 2020, in esecuzione del contratto collettivo nazionale integrativo stipulato nel 2019).

La norma citata dispone prevede l’applicazione della tassazione separata nel caso di erogazione di “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti, compresi i compensi e le indennità di cui al comma 1 dell’art. 50 e al comma 2 dell’art. 49″.

Si tratta di una modalità di tassazione del reddito di lavoro dipendente finalizzata ad evitare che, nei casi di redditi percepiti con ritardo rispetto alla loro maturazione avvenuta in periodi d’imposta precedenti, il sistema della progressività delle aliquote possa determinare un pregiudizio per il contribuente, con una lesione del principio di capacità contributiva.

La Circolare 5 febbraio 1997, n. 23/E (cfr. anche Circolare 14 giugno 2001, n. 55, par. 5.1, e Risoluzione 3 dicembre 2002, n. 379/E) ha chiarito che il regime di tassazione separata non trova applicazione nei casi in cui la corresponsione degli emolumenti in un periodo d’imposta successivo a quello di maturazione deve considerarsi fisiologica rispetto ai tempi tecnici o giuridici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi. La medesima circolare inoltre, riprendendo quanto chiarito nella relazione illustrativa alla norma, ha precisato che le situazioni che possono in concreto assumere rilevanza ai fini di cui trattasi sono di due tipi:

  • quelle di carattere giuridico, che consistono nel sopraggiungere di norme legislative, di sentenze, di provvedimenti amministrativi o di contratti collettivi, ai quali è sicuramente estranea l’ipotesi di un accordo tra le parti in ordine ad un rinvio del tutto strumentale nel pagamento delle somme spettanti;
  • quelle consistenti in oggettive situazioni di fatto, che impediscono il pagamento delle somme riconosciute spettanti entro i limiti di tempo ordinariamente adottati dalla generalità dei sostituti d’imposta.

Da quanto premesso, si rileva che qualora ricorra una delle cause giuridiche, individuate dalla norma, non deve essere effettuata alcuna indagine in ordine al ritardo nella corresponsione per valutare se il ritardo può o meno essere considerato fisiologico rispetto ai tempi tecnici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi. La predetta indagine va, invece, sempre effettuata quando il ritardo è determinato da circostanze di fatto (cfr. risoluzione n. 151/E del 2017).

In particolare, con la risoluzione 16 marzo 2004, n. 43/E, è stato chiarito che nel caso di contratto collettivo, di norme o atti amministrativi dai quali derivano emolumenti riferibili ad anni precedenti rispetto a quello di percezione, le somme erogate non concorrono alla tassazione progressiva ma sono assoggettati alla tassazione separata.

È sufficiente, quindi, in presenza e in attuazione di contratto collettivo, che l’erogazione degli emolumenti avvenga in un periodo d’imposta successivo a quello cui gli emolumenti stessi si riferiscono per realizzare le condizioni per l’applicazione della tassazione separata.

La medesima risoluzione n. 43/E del 2004 chiarisce, inoltre, che non vi è ragione di escludere dalla tassazione separata anche il periodo d’imposta nel quale l’accordo interviene, in quanto anche in relazione a tale periodo, se le somme non devono essere corrisposte nel corso dell’anno, si verifica la condizione del pagamento in anni successivi (pagamento nell’anno x+1 di emolumenti relativi all’anno x) per effetto del contratto collettivo. Resta fermo che, qualora gli emolumenti relativi all’anno in cui interviene l’accordo siano corrisposti nello stesso, non si fa luogo alla tassazione separata.

 

Notifica cartella esattoriale tramite raccomandata a.r..: non necessaria la relata di notifica

Segnaliamo la recente ordinanza 22 maggio 2020, n. 9429, della Corte di Cassazione, nella quale è stato ribadito che, in tema di notifica a mezzo posta della cartella esattoriale emessa per la riscossione di imposte o sanzioni amministrative, trova applicazione l’art. 26 del d.P.R. n. 602 del 1973, per il quale la notificazione può essere eseguita anche mediante invio, da parte dell’esattore di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, nel qual caso si ha per avvenuta alla data indicata nell’avviso di ricevimento sottoscritto dal ricevente o dal consegnatario, senza necessità di redigere un’apposita relata di notifica, come risulta confermato per implicito dal citato art. 26, pen. comma, secondo il quale l’esattore è obbligato a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta, al fine di esibirla su richiesta del contribuente o dell’Amministrazione (v. Cass. n. 16949 del 2014; Cass. n. 14327 del 2009; Cass. n. 14105 del 2000).

Già in passato la Corte di Cassazione aveva evidenziato che, in tema di notifica della cartella esattoriale ex art. 26, comma 1, seconda parte, del d.P.R. n. 602 del 1973, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione e della relativa data è assolta mediante la produzione dell’avviso di ricevimento, non essendo necessario che l’agente della riscossione produca la copia della cartella di pagamento, la quale, una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, deve, anche in omaggio al principio di cd. vicinanza della prova, ritenersi ritualmente consegnata, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il contribuente dimostri di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione (Cass. n. 33563 del 2018; Cass. n. 15795 del 2016.

 

 

 

Il Decreto Rilancio dispone la sospensione dei pignoramenti

L’art 152 del Decreto Rilancio (DL 19 maggio 2020, n. 34) ha previsto la sospensione dei pignoramenti dell’agente della riscossione sulle somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di assegni di quiescenza.

In riferimento al pignoramento, la norma, prende in considerazione due archi temporali differenti.

Un primo momento è rappresentato dalle somme accantonate dal terzo, per l’effetto del pignoramento, prima del 19 maggio 2020: in questo caso, le predette somme non ritorneranno nelle disponibilità del debitore pignorato e potranno, pertanto, essere richieste dal riscossore.

Un secondo momento è caratterizzato dalle somme accantonate dal terzo per l’effetto del pignoramento dopo il 19 maggio 2020: in tale ipotesi, le suddette somme rientreranno nella disponibilità del debitore, fino al 31 agosto 2020, anche nell’ipotesi in cui, prima del 19 maggio 2020, sia stata ordinanza di assegnazione somme da parte del giudice dell’esecuzione

L’effetto della sospensione dei pignoramenti non vale solo per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ma anche per gli agenti della riscossione che agiscono per Regioni ed EE.LL. (art. 53 del Decreto Legislativo 15 dicembre 1997, n. 446).

 

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Servizio di tesoreria: opera l’esenzione IVA

Con la recente risposta ad interpello n. 154 del 28 maggio 2020, l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che le prestazioni rese da una banca ad un istituto scolastico per il servizio di tesoreria (ma il principio è estensibile anche al Comune) sono esenti IVA ex art. 10 del d.P.R. n. 633 del 1972.

Il comma 1 n. 1) di tale articolo, infatti, prevede che sono esenti «le prestazioni di servizi concernenti la concessione e la negoziazione di crediti, la gestione degli stessi da parte dei concedenti e le operazioni di finanziamento; l’assunzione di impegni di natura finanziaria, l’assunzione di fideiussioni e di altre garanzie e la gestione di garanzie di crediti da parte dei concedenti; le dilazioni di pagamento, le operazioni, compresa la negoziazione, relative a depositi di fondi, conti correnti, pagamenti, giroconti, crediti e ad assegni o altri effetti commerciali, ad eccezione del recupero di crediti; la gestione di fondi comuni di investimento e di fondi pensione di cui al decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, le dilazioni di pagamento e le gestioni similari e il servizio bancoposta».

Secondo gli esperti dell’Agenzia, l’esenzione deve essere riconosciuta per le operazioni di gestione del conto corrente, di incassi e di pagamenti e per l’attivazione e alla gestione di carte di credito; al contrario, i servizi di custodia e di amministrazione di titoli e valori sono espressamente esclusi dal regime di esenzione dall’art. 10, comma 1, n. 4), in quanto eventuali, opzionali e non strettamente connessi con la gestione degli incassi e pagamenti: conseguentemente, i relativi corrispettivi saranno da assoggettare all’aliquota ordinaria IVA.

Come accennato, il principio è valido anche per il Comune: ed infatti, già la risalente risoluzione del Ministero delle Finanze n. 17/E del 7 febbraio 2001 aveva affermato l’operatività dell’esenzione IVA per il contributo pagato dal Comune all’istituto di credito per il servizio di tesoreria, sul presupposto che detto servizio rientra fra le attività proprie istituzionali dell’ente e non commerciali.